In questo periodo di confusione riceviamo e pubblichiamo con gioia un articolo scritto con cuore e cervello sulle conseguenze della riforma universitaria.
Gli equivoci della riforma dell'università
di
N. G. Leone
Per comprendere gli effetti della riforma universitaria in
atto occorre fare qualche passo indietro. Le questioni sono poche, tre o
quattro in tutto, il potere, l’identità, l’organizzazione, il futuro.
Il potere (in tal
modo ne parlava Danilo Dolci all’inizio degli anni ’80) è uno dei più
interessanti verbi. Può essere espressione di nepotismo, di protezionismi,
ecc., (il Borgia e il Valentino e del fare, la Cappella Sistina, le Stanze del
Vaticano). Sino al 2010 si è creduto che il potere era dei
presidi. Il Senato accademico (Sa), che ne è il massimo organismo, era composto
circa per il 50% dai presidi delle Facoltà e i presidi venivano considerati
portatori degli interessi delle singole facoltà. Vi sono stati presidi
prevalentemente del fare e presidi prevalentemente no, come per i rettori e per
ogni funzione che comporta l’azione del potere. D’altra parte gli atenei erano
costituiti da facoltà e da dipartimenti. La legge 382/83 aveva tentato di
riequilibrare il rapporto tra queste due componenti, ma in nessun ateneo i
dipartimenti avevano un ruolo significativo. Con la riforma (240/2010) non vi
sono più le facoltà e quindi non vi sono più i presidi. Il nuovo Sa è composto da eletti,
ovvero da studenti, docenti e altri di cui per lo meno 2/3 docenti
universitari. Di questo ultimo numero (2/3) 1/3 sarà composto da direttori di
dipartimenti rappresentativi delle aree scientifico disciplinari presenti
nell’ateneo. In sintesi se il Sa è composto di 35 membri, che è il massimo
previsto dalla legge, 7 o al massimo 8 (per eccesso) possono essere i
rappresentati delle aree scientifico disciplinari. L’ipotesi, non dichiarata, è
quella di considerare che le aree scientifico disciplinari, di cui fare
rappresentati in Sa, coincidano per numero con le strutture di raccordo. A
queste ultime la legge affida compiti di «coordinamento e razionalizzazione
delle attività didattiche, compresa la proposta di attivazione o soppressione
dei corsi di studio e di gestione dei servizi comuni», un grande potere ma
nessuna rappresentanza negli organi di governo.

