Di Davide Leone
È uscito da qualche mese un nuovo libro fatto dal team di “Parliamo di Città”, è con vero orgoglio che vi presentiamo brevemente il testo.
Il piano ha bisogno di punti di vista innovativi per arricchire la sua capacità di dialogare con la cittadinanza. L'osservazione della realtà attraverso il "filtro" della videocamera è in grado di aggiungere nuove modalità di conoscenza del territorio e delle pratiche sociali di cui lo stesso territorio è teatro e protagonista.
Un libro che parla di urbanistica mettendo al centro la necessità di comunicare l’importanza della città, e analizza le modalità attraverso cui il "filtro" della videocamera ordina i racconti sul territorio e il meccanismo inverso attraverso cui gli stessi racconti arrivano a spiegare, motivare ed asseverare le decisioni del piano. Attraverso l'analisi di 14 documentari e di alcune sperimentazioni dirette, ipotizza un uso attivo del media cinematografico in processi di animazione territoriale e di coinvolgimento delle realtà locali
Il testo indaga le forme di racconto cinematografico della città e del territorio come strumenti che possono essere aggiunti a quelli considerati ormai canonici per lo studio della città. In un’ottica che spazia dalle “visioni urbane” dei flaneur, all’analisi delle pratiche sociali, alla modificazione
degli strumenti per comunicare il piano, all’inserimento di strumenti per accrescere il consenso e la partecipazione alle scelte di piano, fino alla possibilità del cinema di essere usato come strumento di interazione nella logica dei “pianificatori radicali”. Il libro pone l’accento sul momento di svolta che si sta strutturando in urbanistica. Sembra, infatti, che si stia passando da una strutturazione di piano asseverativa, che “fotografa” una realtà in divenire in un lasso di tempo di 20 anni, ad un sistema, non ancora codificato o comunque sperimentato, in cui la necessità di mixare l’intervento pubblico e quello privato ha introdotto il tema della flessibilità, da un lato, e della partecipazione dall’altro. La flessibilità ha teso a separare aspetti modificabili nel breve tempo (programmatici) ed armature non modificabili o modificabili nel lungo periodo (strategiche e strutturali).
La partecipazione si è resa necessaria, superando l’accezione paternalistica tipica degli anni ’60 e ’70, che la proponeva come un accessorio della pianificazione – per giustificare le scelte di modificazione del territorio in un tavolo in cui la “mano pubblica” non ha più un ruolo di prevalenza.
Il testo su
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