martedì, luglio 19, 2011

EQUIVOCI DELLA RIFORMA DELL’UNIVERSITÀ


In questo periodo di confusione riceviamo e pubblichiamo con gioia un articolo scritto con cuore e cervello sulle conseguenze della riforma universitaria.




Gli equivoci della riforma dell'università
di
N. G. Leone

Per comprendere gli effetti della riforma universitaria in atto occorre fare qualche passo indietro. Le questioni sono poche, tre o quattro in tutto, il potere, l’identità, l’organizzazione, il futuro.

Il potere (in tal modo ne parlava Danilo Dolci all’inizio degli anni ’80) è uno dei più interessanti verbi. Può essere espressione di nepotismo, di protezionismi, ecc., (il Borgia e il Valentino e del fare, la Cappella Sistina, le Stanze del Vaticano). Sino al 2010 si è creduto che il potere era dei presidi. Il Senato accademico (Sa), che ne è il massimo organismo, era composto circa per il 50% dai presidi delle Facoltà e i presidi venivano considerati portatori degli interessi delle singole facoltà. Vi sono stati presidi prevalentemente del fare e presidi prevalentemente no, come per i rettori e per ogni funzione che comporta l’azione del potere. D’altra parte gli atenei erano costituiti da facoltà e da dipartimenti. La legge 382/83 aveva tentato di riequilibrare il rapporto tra queste due componenti, ma in nessun ateneo i dipartimenti avevano un ruolo significativo. Con la riforma (240/2010) non vi sono più le facoltà e quindi non vi sono più i presidi.  Il nuovo Sa è composto da eletti, ovvero da studenti, docenti e altri di cui per lo meno 2/3 docenti universitari. Di questo ultimo numero (2/3) 1/3 sarà composto da direttori di dipartimenti rappresentativi delle aree scientifico disciplinari presenti nell’ateneo. In sintesi se il Sa è composto di 35 membri, che è il massimo previsto dalla legge, 7 o al massimo 8 (per eccesso) possono essere i rappresentati delle aree scientifico disciplinari. L’ipotesi, non dichiarata, è quella di considerare che le aree scientifico disciplinari, di cui fare rappresentati in Sa, coincidano per numero con le strutture di raccordo. A queste ultime la legge affida compiti di «coordinamento e razionalizzazione delle attività didattiche, compresa la proposta di attivazione o soppressione dei corsi di studio e di gestione dei servizi comuni», un grande potere ma nessuna rappresentanza negli organi di governo.

Siccome non è dato ancora di sapere come questi compiti verranno espletati le preoccupazioni sono cresciute, perché di fatto la riforma non garantisce alcuna voce alle minoranze, ovvero alle attuali piccole facoltà che già nel recente passato ne avevano molto poco. Di fatto il potere accademico si esercita su due valori, sulle persone e  sulle cose. Per quanto attiene le persone la catena partiva dalle facoltà che stabilivano l’attribuzione delle risorse dei budget per l’assunzione  e le carriere dei docenti. Per quanto attiene le cose sembrava a tutti che il potere fosse nei dipartimenti. Di fatto il vero potere era negli organi centrali degli uffici del rettorato e nella partecipazione a questi uffici delle componenti accademiche. Entro questi meccanismi potevano svilupparsi capacità, qualità e forme di protezionismo attraverso l’avvaloramento di interessi di gruppi, come accade in ogni sistema sociale.
La riforma tende a scardinare questo approccio al governo eliminando le facoltà, dando un poco di maggiore potere ai dipartimenti e introducendo forze esterne al mondo universitario in particolare per quanto attiene il Consiglio di amministrazione (Cda). L’interpretazione che la facoltà di architettura sparisca va associata alla questione che spariscono tutte le facoltà, ma in particolare spariscono i rifermenti o qualcosa che aiuti le strutture universitarie più piccole.
La questione del potere pertanto è aperta ma in alcune realtà è persa in partenza perché questa riforma penalizza i più deboli. Si potrebbe, forse, in alcuni statuti, tra cui quello di Palermo  non precisare in partenza quante siano e se ci siano le strutture di raccordo, ovvero affidare la loro formazione alla libera aggregazione dei dipartimenti e il loro numero massimo (12) alla legge. Oramai eliminate è inutile fare rientrare le facoltà dalla finestra delle rappresentanze dei direttori di dipartimento in Sa. Questo sì che sarebbe l’assorbimento del grande che fagocita il piccolo.
La questione dell’identità risente molto delle composite realtà locali. In questo frangente si può dire che esistono tre tipi di atenei, gli atenei grandi, i piccoli atenei e i politecnici. In Italia vi sono tre politecnici e un ateneo di architettura (l’ex IUAV) che può essere assimilato ad un politecnico speciale. In queste realtà non si corre il rischio che si perda l’identità di architettura. Non conviene. Però va detto che tranne per l’ex IUAV si è sempre configurata l’opportunità che il rettore di un politecnico sia espressione della facoltà di ingegneria.
I piccoli atenei sono di più recente formazione. Non in tutti i piccoli atenei c’è una facoltà di architettura. I piccoli atenei dove c’è una facoltà di architettura non producono problemi di perdita di identità. Hanno sicuramente altri problemi, tenuta dei corsi di laurea, numero dei dipartimenti, ecc. In alcuni casi come ad esempio Reggio Calabria la centralità della presenza di architettura ne fa sicuramente un ateneo che si articolerà in poche strutture di raccordo dove primeggia architettura. Lo stesso varrà, in modi diversi, per Chieti-Pescara, per Parma, per Aversa, forse per Ferrara e altre sedi più piccole. In queste sedi, anche se le facoltà di architettura sono di più recente formazione, la sopravvivenza di un principio di identità potrà essere salvaguardato dalla ridotta presenza di strutture di raccordo, per cui una struttura di raccordo potrà chiamarsi anche architettura. Non si sa  se vale la pena e con quali effetti sul piano del potere effettivo.
I grandi atenei hanno altri problemi. Essi ereditano una cultura e una forza delle facoltà di ingegneria di tutto rispetto anche se hanno facoltà di architettura di più antica storia e tradizione culturale. In questo caso è più facile che le facoltà di architettura, sparendo assieme alle altre facoltà tra cui ingegneria vengano assorbite in strutture di raccordo dove primeggia la tradizione e quindi il potere delle vecchie facoltà di ingegneria che produrrebbero organizzazione e specificità culturali proprie della loro tradizione.
Questo non può essere un percorso sereno e quindi occorre entrare un poco più dentro gli argomenti che comunque vi sono. Per queste ragioni è utile far evolvere la questione dell’identità verso altri argomenti che possono animare un futuro carico della tradizione acquisita ma differente dal recente passato.
La riforma dei corsi di laurea sia nella versione più antica (509/99) che in quella più recente (270/2004) ha avvicinato le facoltà di ingegneria e di architettura e in parte anche di agraria in quelle applicazioni culturali e tecniche che consentono percorsi formativi comuni. D’altra parte in varie occasioni le ricerche si servono di attenzioni scientifiche e di interessi culturali convergenti.
Infatti sia architettura che ingegneria condividono il corso più antico della facoltà di architettura attraverso una classe di laurea oggi comune alle due facoltà che anche la facoltà di ingegneria si è voluto garantire, attraverso un lunga trafila, quale percorso di laurea accreditato nelle varie realtà nazionali europee. Questa condizione pone necessariamente un rapporto tra le due facoltà che potrebbe sostanziarsi anche in una struttura di raccordo comune, occorre però chiarire alcune questioni di fondo con pieno diritto ad evocare un poco di verità.
Di fatto la facoltà di architettura, in particolare il corso di laurea in architettura, ha nei suoi principi formativi una tradizione che converge verso l’idea di unitarietà del progetto informato su problematiche sociali e culturali. Garanzia di questi principi sono l’insegnamento della storia dell’architettura e di alcune discipline sociali che appartengono alla tradizione degli studi della geografia, della sociologia e dell’economia. Il corso di laurea in architettura anche quello attivo presso le facoltà di ingegneria ha dovuto accettare questi principi. La tradizione delle facoltà di ingegneria ha invece generato attenzioni su dimensioni scientifico tecniche e procedurali applicative con particolare rilevanza della cultura matematica. Molte di queste attenzioni sono condivise. Comunque mentre le facoltà di ingegneria prediligono una cultura analitica e tecnica le facoltà di architettura prediligono una cultura sintetica, sociale e umanistica. Appare evidente che l’innesto tra una dimensione sintetica e una dimensione analitica potrà in futuro produrre attenzioni disciplinari che possono dare luogo ad interessanti sviluppi.
Ovviamente nascono altri problemi se si passa a considerare che il mondo dell’ingegneria possiede due forti componenti. Una prima componente è più legata al mondo della produzione industriale che fa capo alla tradizione dell’ingegneria meccanica, dell’ingegneria elettrica ed elettronica a cui si è affiancata l’ingegneria informatica e l’ingegneria gestionale (l’area CUN 09). Una seconda componente appartiene alla cultura dell’ingegneria civile, edile (l’area CUN 08). Questa seconda componente è comune alle facoltà di architettura e con questo occorre fare i conti. Forse si possono migliorare le condizioni di entrambe le componenti ma anche trovare nuove strade di ricerca di applicazione e di lavoro se si accetta l’idea che si è portatori di valori comuni in cui non c’è un supremazia tra analisi e sintesi, tra percorso e progetto.
Forse i grandi atenei, in questo specifico angolo che è il rapporto tra due grandi culture quella degli architetti e quella degli ingegneri, possono darsi questo compito in una società che sta cambiando e con cui occorre fare i conti. Sono conti nuovi che questa riforma, pur se animata da vecchie ideologie volte a smontare poteri inesistenti, forse potrà promuovere se non si continua a far coincidere la storia del potere accademico solo con la storia dei budget per le assunzioni e le carriere. Questo comunque non è un tema delle strutture di raccordo ma dei nuovi dipartimenti.

Macari, 17 07 2011
Nicola Giuliano Leone

2 commenti:

Massimo Pica Ciamarra ha detto...

L’analisi è felice e di straordinaria chiarezza, rifiuta ogni nostalgia. Credo che questa sia però anche l’occasione per una vera riflessione sul significato di progetto, ad ogni scala, specie se questo riguarda le trasformazioni degli ambienti di vita (le facoltà di architettura sono nate sostanzialmente per questo). Questa riflessione –a mio avviso urgente e connessa anche alle specificità della nostra condizione- non può ridursi al mondo accademico, impone una politica, coinvolge tutti, deve accantonare ogni difesa corporativa ed ogni preconcetto.

simone tulumello ha detto...

Straordinaria analisi,
grazie Prof. Leone. Finalmente, invece degli isterismi di chi è semplicemente spaventato di perdere il pezzetto di potere che ha conquistato per se (e per le sue consorterie), si sente una lettura chiara di quelle che sono le prospettive future e le possibilità di azione.
Credo che questo momento sia decisivo per la Facoltà di Architettura di Palermo, che essa resti tale o che entri a far parte di una "struttura di raccordo" differente. Indubbiamente la riforma Gelmini (e con lei anche mlte parti delle precedenti) va combattuta perché significa accentramento di poteri nelle mani di pochi, contemporaneo decentramento nelle mani di "esterni" e, sempre, riduzione di investimento (economico come concettuale) sulla cultura e sulla ricerca.
Credo, però, che sia l'ora, per le parti migliori di questa facoltà, di fare sentire il loro peso "scientifico" per contribuire, qualunque sia la futura struttura burocratica, alla eliminazione di quelle parti peggiori della facoltà che, con il loro vuoto culturale e scientifico, sono i migliori sostenitori di chi voglia spazzare via Architettura dall'Ateneo palermitano.

Simone Tulumello
Studente di dottorato in PUT

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