venerdì, febbraio 19, 2010

Er Pigneto!

Giovanni Attili è un Dottore di ricerca in Tecnica Urbanistica presso il Dipartimento di Architettura ed Urbanistica per l’Ingegneria dell’Università “La Sapienza” di Roma. E’ attualmente ricercatore a contratto presso lo stesso Dipartimento. Svolge attività di ricerca sui temi della rappresentazione della città, concentrandosi in particolar modo sulla possibilità di costruire “immagini” multimediali, polifoniche ed evocative del territorio. Questo video ci mostra una modalità per "interrogare" il territorio che sfocia in una originale e soggettivissima definizione di relazionalità locale.



giovedì, febbraio 18, 2010

Edilizia contro territorio


di Teresa Cannarozzo



A sentire i bilanci delle regioni che hanno varato da tempo le misure per incentivare l’attività edilizia privata, innescata dal Governo nazionale attraverso l’iniziativa del cosiddetto “Piano casa”, finalizzato ad ampliare volumi e superfici di abitazioni ed edifici produttivi, la vicenda è stata un fallimento: troppe le spese, troppo lunghi i tempi, defatiganti le procedure, pochi i risultati.
A sentire i costruttori, il settore è in crisi, per mancanza di commesse di opere pubbliche e il Governo, invece di mettere mano alla razionalizzazione e semplificazione della ingarbugliata normativa su Lavori Pubblici, anche al fine di ampliare la partecipazione delle imprese, ha saputo proporre solo la codificazione di un regime di monopolio guidato dalla Protezione Civile, prevedendone altresì la privatizzazione, per gestire in maniera verticistica e deregolatoria qualunque evento, anche quelli meno legati all’urgenza e all’emergenza come gli eventi sportivi e le ricorrenze come il centocinquantenario dell’unità d’Italia.
Lo scandalo che ha investito recentemente la Protezione Civile e alcuni grand commis di stato, condito da corruzione, tangenti, prezzi gonfiati, massaggiatrici, festini e affari miliardari per un giro ristretto di amici, figli, mogli e cognati ha superato ogni immaginazione e le reazioni dell’opinione pubblica hanno indotto un ripensamento nella stessa maggioranza di governo, che ha stralciato dal decreto all’esame del Parlamento la previsione della privatizzazione della Protezione Civile che avrebbe sancito il potere assoluto di pochi intimi nella spartizione di eventi, urgenze ed emergenze, con relativo indotto di corruttela e arricchimento, sempre al riparo della concorrenza e del libero mercato, di cui il centro-destra dovrebbe essere l’alfiere.
Nel frattempo la Sicilia frana, i paesi spariscono inghiottiti da paurosi smottamenti, i centri storici crollano travolgendo vite innocenti.
La poca stabilità di alcuni territori è nota da alcuni secoli; la frana che ha investito S. Fratello e altri comuni del Messinese, è documentata perfino nelle mappe del Catasto Borbonico della prima metà dell’ottocento.
I centri storici sono in gran parte aree degradate con un patrimonio edilizio in pessime condizioni statiche, a cui una pioggia insistente può dare il colpo di grazia, come dimostrano i crolli di Favara e di Agrigento del mese di gennaio.
Sia nel caso delle frane che nel caso dei crolli all’interno dei centri storici, si tratta di tragedie annunziate di cui sono vittime innocenti cittadini, per lo più appartenenti a fasce sociali deboli ed emarginate.
In questo scenario apocalittico il disegno di legge attualmente in discussione all’Assemblea Regionale, consistente in una tardiva edizione siciliana del Piano Casa governativo, sembra sempre più un pannicello caldo avulso dalla tragica realtà di questi giorni.
Di fronte al dissesto colossale che investe tutto il territorio dei Nebrodi, alla sparizione di strade e abitati, a quartieri smembrati nel giro di pochi minuti da imponenti convulsioni geologiche, all’esodo disperato di migliaia di persone e alle condizioni di estremo pericolo in cui vivono altre miglia di persone all’interno di centri storici pericolanti e malsani, le previsioni di ampliare una villetta o un edificio produttivo, sono veramente miserabili, anche se condite da inviti a conseguire il risparmio energetico e perfino idrico e da alcune stravaganze, come le norme sulla cartellonistica.
Da segnalare alcune norme sulla possibilità da parte di privati di realizzare parcheggi sotterranei all’interno dei centri urbani in aree destinate dagli strumenti urbanistici a verde pubblico o in aree destinate a verde agricolo, purchè all’interno dei centri urbani, sistemando a verde, con alberi di alto fusto e con materiali permeabili i solai di copertura dei parcheggi. Mentre si apprezza la finalità generale della previsione ci si domanda come sia possibile individuare una corretta destinazione a parcheggio al di fuori di uno studio generale sulla mobilità e sull’accessibilità.
Per quanto riguarda i centri storici, nell’ultimo testo in circolazione, essi sono esclusi dagli incrementi di volumetria.
In ogni caso si tratta di un testo non definitivo con centinaia di emendamenti e non si sa che cosa uscirà dall’aula. Nel migliore dei casi sarà un provvedimento del tutto marginale rispetto ai problemi in campo con esiti molto modesti, come è già avvenuto nelle altre regioni.
La Sicilia ha bisogno di una inversione radicale di rotta; ha bisogno di una politica che metta al primo posto la salvaguardia e la stabilità del territorio; l’equilibrio ambientale; la sicurezza e la conservazione dei centri storici, la riqualificazione delle periferie urbane e dei servizi pubblici.
Questo ci aspettiamo dal nuovo governo regionale e dalle forze politiche che lo sostengono, che si dicono impegnate in un grande progetto di rinnovamento.
Palermo 18 febbraio 2010



Arredo Urbano Palermo


Mirabile soluzione di arredo urbano a Palermo, ingresso al sottopasso, barriere architettoniche... Tutto risolto egregiamente. Grazie!



venerdì, febbraio 12, 2010

lunedì, febbraio 08, 2010

Per un futuro del centro storico di Palermo


di Nicola Giuliano Leone





Viviamo un’epoca alquanto complessa in cui è facile confondere l’informazione con la conoscenza, i dati con le analisi. Serve comunque avere informazioni per non andare oltre, ma i dati senza riflessione aiutano poco il futuro. Sulla questione centro storico di Palermo occorre aggiornare l’analisi se si vuole organizzare un futuro consapevole.
Un poco di precedenti aiutano a capire. In questi ultimi 17 anni sono successe cose che registrano un passato non cancellabile e avviano un futuro da far crescere in consapevolezza. Va detto in partenza che l’edilizia, quella privata specialmente nel Sud, vive di risparmi perché l’investimento è così alto che occorre aggregare o se si vuole prefigurare le economie della domanda prima di partire nell’impresa. Così l’imprenditore è un organizzatore di economie altrui, sin dall’inizio, verso lo scopo della costruzione. Il centro storico di Palermo espelle i suoi abitanti, tutti, nobiltà, borghesia e popolo, in modo massiccio, tra gli anni ’50 e gli anni ’80 del secolo scorso. Le economie investite si dice che sono quella della mafia che ricicla danaro sporco nell’edilizia della periferia, ma è parzialmente vero. Lo fa in parte ma solo per avviare il percorso, altrimenti sarebbe un fallimento economico. Si serve invece dei risparmi di nobiltà, media e piccola borghesia e impiegati che si trasferiscono dal centro storico e dai centri minori della Sicilia nelle nuove aree.
Questo capitolo si chiude con gli anni ’80 perché non vi sono più aree da costruire e perché cultura e leggi non lo consentono più.
All’inizio degli anni ‘80 viene avviato un percorso di interventi prevalentemente pubblici rivolti al recupero di immobili monumentali degradati, con forti manomissioni ma non cadenti (Crociferi, Sant’Anna, ecc.). Nello stesso periodo, con un provvedimento del Ministro Andreatta, condiviso dall’amministrazione comunale, sono avviati restauri di immobili, molto degradati anche strutturalmente nel contesto di piazza Marina, da destinare ad edilizia economica e popolare. A restauro avvenuto il Comune decide che è preferibile allocarvi propri uffici.
Alcune cose accadono nel decennio 1983-93: la formazione della carta tecnica in scala 1/500 (Cassa per il Mezzogiorno), la redazione del Piano programma (Samonà, De Carlo, Di Cristina, Sciarra) la costruzione di un plastico (DiSPA) nella stessa scala sempre del centro storico, la redazione di un manuale per gli interventi di restauro (Marconi) e finalmente la redazione e approvazione del Piano particolareggiato esecutivo del centro storico (Benevolo-Cervellati). Finalmente vi sono regole abbastanza certe per operare. Ma cosa è successo nel frattempo.
Il centro storico è oggetto di flussi. Oramai, però, l’arco delle presenze si è ristretto. Vi sono extracomunitari, studenti universitari, e ritorni di resti di borghesia e di nobiltà. Vi sono anche commercianti in crisi perché di fatto manca la popolazione. In questi ultimi anni il numero degli abitanti ha oscillato tra 14.000 e 20.000 abitanti. Ciò non basta per fare un pezzo di città che ne aveva ospitato male 100.000 e che ne potrebbe ospitare oggi per lo meno 60.000. Palermo complessivamente ha perso nell’ultimo decennio circa 20.000 abitanti e la città non offre grandi possibilità di investimento. I risparmi dei privati che andavano all’edilizia delle periferie stanno andando all’edilizia in centro storico. La borghesia palermitana, presa dal vento della moda e da alcuni esempi positivi, sta investendo in centro storico presa da un secondo flusso di rendita in attesa. Cosa determina tutto ciò? Sicuramente alcune cose positive. Il recupero abbastanza corretto di immobili storici, la nascita di alcune iniziative di imprenditorialità per ospitalità turistiche. Prevale comunque una tendenza all’investimento in «mattoni» senza effettivi ritorni di stanzialità e quindi con pochissimi effetti sulle economie urbane complessive. L’abitabilità cresce ma non gli abitanti.
Anche se tutto questo può anche andare bene non basterà mai per fare una città. Essa se non viene abitata, rimane un fantasma. Gli incentivi per le azioni dei privati verranno raccolte sempre da chi ha già una forza economica. Mancano politiche per interventi pubblici sia in materia di residenza che in materia di riorganizzazione degli spazi aperti. Se si continua su questa strada, data la dimensione e la natura del centro storico di Palermo si cadrà ancora in una stagione in cui prevalgono quelle azioni di accumulo di patrimonio che segnarono la grande speculazione degli anni di fuoco a Palermo. Si dovrà puntare ad azioni che guardino alle residenze utili per scopi sociali, all’artigiano e al commercio ancora presente. L’obbiettivo adesso è rifare la popolazione e, anche se utilissimo, non basterà per questo solo il turista, anche quello di ritorno. Forse una seria politica multietnica potrebbe dare prospettive nuove, ma occorrono servizi e politiche.
Dove sono?

mercoledì, febbraio 03, 2010

Mc Italy...


Finalmente un'iniziativa lodevole per la promozione dell'Italia tramite un canale privilegiato! Finalmente Mc Donald, il re della globalizzazione, porterà in giro per il mondo l'immagine della vera Italia, dei suoi territori, dei suoi sapori, dei suoi odori. Che bella idea mettere insieme i valori del cibo industriale con quelli della produzione locale!! sob!
Certo il cibo italiano nel mondo ha proprio bisogno di un'azione del genere, forse un giorno anche a New York si potrà trovare la pizza oppure, magari, la pasta e gli spaghetti
Ministro, di una cosa ti prego, dai il patrocinio a ad un ristorante vero!


Un caro saluto
Davide Leone

un po' di cose che pensiamo sul cibo

martedì, febbraio 02, 2010

Let’ go bite America (Chicago 11)

di Davide Leone


Un solo ricordo mi guida. Era un hamburger con delle cipolle

impanate e fritte, salsa abbondante che gronda, sopra di lui, un’insegna ovale, enorme, rossa con una scritta bianca tutta maiuscola in corsivo che dice ESPN. Faccio la sola cosa che non si fa mai quando si è insieme ad un mentore e dico: “ci penso io”. C’incamminiamo verso il locale che ricordo vagamente di aver visto la mattina. Camminiamo a lungo ma ad un certo punto, quando ormai siamo vicini all’agognata meta veniamo distolti dall’unica cosa che può distogliere un uomo affamato dal suo hamburger: le cromature. Ci ritroviamo davanti ad una stazione dei pompieri piena di autopompe, enormi, rossissime e piene di metallo luccicante.
Chicago ha una venerazione per i pompieri e loro lo sanno, e gli piace. Probabilmente i vigili del fuoco sono così amati perché Chicago ha avuto delle disavventure notevoli con gli incendi. Era il 1861 infatti quando la città fu del tutto distrutta da quello che è ricordato come il “grande incendio di Chicago”. Entriamo ed i pompieri sono ben contenti di farci vedere tutto quello che hanno. E di cose bellissime e luccicanti ne hanno un sacco. Soprattutto hanno le pertiche quelle da cui scendono immancabilmente nell’immaginario di tutti. Intanto è quasi mezzanotte ed i ristoranti attorno a noi continuano preoccupantemente a chiudere. Io ho paura, spero di non aver sbagliato la strada, ma all’improvviso l’imponente e rassicurante insegna ci si para davanti.È fatta! Ho eseguito alla perfezione la mia missione di cane da pastore. Ho portato il mio gregge alla terra promessa, o almeno ad un buon hamburger.

Il posto dove stiamo per entrare è un vero controsenso. La ESPN è, infatti, una televisione specializzata nello sport. L’acronimo significa: Entertainment and Sports Programming Network.

Però qui vendono hamburger e patatine fritte e, a vederli dai tabelloni, che ci sono vicino all’entrata, sono i più grandi di tutti, i più conditi, i più cipollosi ed i più beconosi di tutti. A quel punto entri e capisci che c’è molta differenza tra lo sport e la visione dello sport. La ESPN vuole che tu lo veda mica si aspetta che tu diventi uno sportivo. L’interno è una sorta di megabar dello sport caricato a pallettoni. I tavoli sono disposti in una sorta di gradinata che si rivolge ad un enorme muro di televisori. Su ognuno di questi, uno sport diverso si fa guardare dagli avventori. Al centro di ogni tavolo un altro televisore permette di scegliere lo spettacolo sportivo che più si preferisce.

L’hamburger che ho scelto è quello che avevo visto al mattino con le cipolle fritte ed un sacco di salsa ma con in più il bacon. Le patatine sono buonissime ed ancora una volta un sorriso ebete mi si dipinge sulla faccia. Alla fine sono riuscito a prenderla a morsi l’America e potrò andare a dormire senza rimpianti. Ho fatto il mio sporco lavoro fino in fondo.

lunedì, febbraio 01, 2010

Manifesto della slow city

Si può concepire una città "controcorrente" rispetto all'idea imperante?
Possiamo pensare che velocità e tempo non siano le sole discriminanti prestazionali dello spazio urbano odierno?
La qualità della vita sociale può essere assunta come parametro per la pianificazione dello spazio?
A queste domande cerca di rispondere un amico nella sua tesi di laurea sul centro storico di Palermo in corso: "Palermo a 3 all’ora: proposte per una slow city".
Un dibattito su questo tema è perfettamente aderente all'idea di turismo e mobilità urbana cui ITIMED fa riferimento. Il tavolo tecnico sulla qualità dello spazio pubblico in centro storico e le iniziative attualmente proposte dall'amministrazione per la qualificazione di mobilità alternative sono embrione per l'attivazione di un processo di abbassamento delle "velocità" urbane, seguiremo attivamente il lavoro di Vito. ADP



di Vito Angelo

Il manifesto che segue nasce in occasione della stesura della mia tesi di laurea, rappresenta l'idea di città che sogno e che intendo immaginare e sviluppare nei prossimi cinque mesi.

1. La slow city è una città (o una parte di territorio, più in generale) che ha deciso di rinunciare al falso idolo della velocità nominale e del consumo di massa.
2. La slow city non è solo una città lenta, ma è il luogo in cui si fondono e interagiscono tutte le culture a basso impatto, le uniche in grado di fronteggiare efficacemente la crisi economica.
3. La slow city minimizza il suo impatto ambientale risparmiando energia e producendola da fonti rinnovabili.
4. L’automobile è un mezzo di trasporto rivoluzionario e imprescindibilmente legato alla configurazione spaziale della città contemporanea. Altrettanto scontato non è l’obbligo del possesso di un’automobile.
Nelle slow cities la mobilità non è legata al possesso del bene automobile, ma al diritto di utilizzarlo. Non più un’auto per individuo, ma più utilizzatori per la stessa automobile, di proprietà di una società pubblico-privata che gestisce la mobilità integrata (mezzi di trasporto pubblico di massa, taxi collettivo, car sharing, mobilità alternative).
5. Nella città contemporanea il tempo di spostamento è un tempo perso e va minimizzato; nella slow city il tempo impiegato nello spostamento è, nella maggior parte dei casi, un tempo qualificato, dedicato alla socializzazione e ad attività piacevoli. La sua minimizzazione è legata alle necessità del singolo.
6. Quello che vale per il tempo di spostamento, vale anche per lo spazio. Lo spazio che si attraversa non è anonimo e indifferente.
Attraversare una slow city implica interagire necessariamente con la stessa e con gli altri individui al suo interno.
7. Nella slow city non ci sono percorsi obbligati (come quelli che devono percorrere le automobili), ma il tragitto tra un punto “A” e un punto “B” varia al variare dell’individuo e del mezzo di locomozione.
Ciò implica che eventuali interventi di riqualificazione urbana vadano perseguiti “per aree” e non “per linee”.
8. Nella città contemporanea le strade e i marciapiedi sono un bene privato degli automobilisti, nelle slow cities le strade tornano ad essere suolo utile per un uso realmente pubblico.

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