di Salvatore Lo Cascio- Ma cosa non ha funzionato? Com’è possibile? Qualcosa non torna...
Ricapitoliamo:
- Lavoriamo tutti i giorni della settimana, compreso il sabato e la domenica;
- Il nostro lavoro lo facciamo bene;
- In cantiere siamo apprezzati, forse per il fatto che non ci diamo tante arie, già, non siamo mai stati boriosi con gli operai...
- Ma...
- Com’è possibile??
- Ricordi l’anno scorso a Ferragosto? Eravamo qui in studio a lavorare, eppure...
Ci interrogavamo sempre sul perché non eravamo dei facoltosi professionisti, dato che il lavoro non mancava.
- Non so forse abbiamo sbagliato in qualcosa;
- No, no, abbiamo sbagliato tutto.
Commentavamo i nostri primi tre anni di professione.
Eravamo partiti in due, io e Giuseppe. Poi, dato che condividevamo lo studio con Gaetano, perché non condividerne anche l’attività professionale?
Ed ecco il terzo compagno di viaggio che si occupava di “strutture”, importante ambito specialistico del progetto di architettura.
Ci si era organizzati bene, in quel periodo Gaetano era diventato una sorta di agente di commercio, si proponeva a studi professionali che non si occupavano autonomamente di questa attività.
Pensavamo a tutto noi:
- ci facevamo arrivare in ufficio il progetto architettonico con lo studio preliminare delle strutture;
- noi la verificavamo con l’ausilio dei nostri mediocri software per il calcolo strutturale e facevamo il resto per “tirare fuori” dal Genio Civile l’autorizzazione, ed in seguito alla realizzazione delle opere progettate, a supporto della direzione dei lavori, la conformità strutturale.
Eravamo diventati bravi, fondamentalmente era un lavoro basato su operazioni sistematiche.

Non ci occupavamo di grandi progetti, tranne che per qualcosa che non ebbe poi esito positivo.
Era tutto perfetto, ad esclusione di tre aspetti:
1. Non facevamo gli architetti;
2. Non guadagnavamo granché;
3. La nostra era una prestazione fornita ad altri professionisti, per lo più geometri, che al loro committente chiedevano quattro volte in più rispetto a quanto fossero disposti a pagare noi.
Eventuali problemi erano comunque nostri, dato che principalmente Gaetano, assumeva la responsabilità di quello che producevamo con tanto di firma.
Poi la decisione.
Non so perché succede ma ce un “fatto” che libera una decisione che avresti voluto prendere da tempo ma con una certa perseveranza hai provato a trattenere.
Mi piace ricordare di non essere l’unico ad avere avuto questa sensazione. Mi piace ricordarlo con Alessandro Baricco che descriveva così la stessa sensazione:
“[…] A me m’ha sempre colpito questa faccenda dei quadri. Stanno su per anni, poi senza che accada nulla, ma nulla dico, fran, giù, cadono. Stanno li attaccati al chiodo, nessuno gli fa niente, ma loro a un certo punto, fran, cadono giù, come i sassi. Nel silenzio più assoluto, con tutto immobile intorno, non una mosca che vola, e loro, fran. Non c’è una ragione. Perché proprio in quell’istante? Non si sa. Fran. Cos’è che succede a un chiodo per farlo decidere che non ne può più? C’ha un anima, anche lui, poveretto? Prende delle decisioni? Ne ha discusso a lungo col quadro, erano incerti sul da farsi, ne parlavano tutte le sere, da anni, poi hanno deciso una data, un’ora, un minuto, un istante, è quello, fran. O lo sapevano già dall’inizio, i due, era già tutto combinato, guarda io mollo tutto fra sette anni, per me va bene, okay allora intesi per il 13 maggio, okay, verso le sei, facciamo sei meno un quarto, d’accordo, allora buona notte, ‘notte. Sette anni dopo, 13 maggio sei meno un quarto: fran. Non si capisce. È una di quelle cose che è meglio che non ci pensi, se no ci esci matto. Quando cade un quadro. Quando ti svegli, un mattino, e non la ami più. Quando apri il giornale e leggi è scoppiata la guerra. Quando ti guardi allo specchio e ti accorgi che sei vecchio. Quando, in mezzo all’Oceano, Novecento alzò lo sguardo dal piatto e mi disse: “A New York, fra tre giorni, io scenderò da questa nave”
Ci rimasi secco.
Fran.”
(9-continua)
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