domenica, luglio 26, 2009

Inghilterra. Favola della città creativa (ma quanto è geniale Dave Mc Kean?)



Il brano seguente è tratto da "Cages" di Dave McKean. Traduzione di Cristina Ivaldi. Editore Macchia Nera srl 1999.
Le foto, invece, sono di Davide Leone e Giuseppe Lo Bocchiaro

"C'era una volta, una volta tante, tante lune fa, e in un posto lontano, un posto lontano da qui, in una grande città.
- Quanto era grande la città?
- Quanto era grande? Beh, questa città era così grande che molta gente che ci viveva si rifiutava di credere che oltre che oltre la città ci fosse dell'altro. Camminavano e camminavano e non uscivano mai dalla luce delle strade e dall'ombra dei palazzi.
E lo sai chi regnava sulla città? Su tutti i suoi abitanti? A chi apparteneva ogni cosa e ogni albero e ogni uccello?
- E sasso?
- Sì. E sasso. Indovina.
- Il re!
Sì. Proprio così. Il re della città. E il re era felice perchè i suoi sudditi erano felici. La città prosperava, fioriva il commercio e la gente conviveva con comprensione e reciproca gentilezza.
Era proprio un paradiso terrestre.


Per il cinquantesimo compleanno del re ci furono festeggiamenti e celebrazioni. Il popolo dimostrava il suo amore al re con regali e auguri.
E il re, sentendo che il tempo gli stava sfuggendo, provò un forte bisogno di rendere tangibile il proprio amore. Di coprirlo con un lenzuolo, di dire le parole magiche, togliere il lenzuolo con un gesto teatrale, e rivelare un amore strutturale, tridimensionale, fisico.

E così il re decise di costruire un posto straordinario.

Il posto sarebbe stata una torre infinita, alla fino alle nuvole e dentro avrebbe sparso le sculture e i quadri più belli, giardini esotici e cascate, animali, uccelli, pesci.

Ci sarebbe stato un posto per gli artisti, per lavorare ed esplorare il pensiero.

Ci sarebbe stato un posto per gli scienziati, per discutere e scoprire cose straordinarie. E la gente avrebbe potuto vedere e provare ogni tipo di artefatto strano e misterioso.

Sarebbe stato un monumento alle incomparabili capacità del genere umano e un regalo adatto al suo popolo.
Il re non perse neppure un giorno.
Convocò i più grandi architetti e ingegneri. Convocò esperti in tutti i campi del sapere umano e spiegò loro il progetto.
E mentre lui spiegava la sua idea gloriosa, anche loro lasciavano volare il pensiero tra possiiblità e immaginazione.

(1-continua)

domenica, luglio 12, 2009

Let’s go bite America 6 (Chicago).

di Davide Leone

Wow sono arrivato a Chicago e Wow wow (doppio wow n.d.r.) sto in un posto che si chiama Bennigan’s. Non so bene cosa ho ordinato da mangiare ma la foto sembrava bella. Stasera ho scoperto una nuova cosa che ha spostato un altro po’ la mia consapevolezza che ho del mondo. Se è vero che il sapore della Coca Cola qui è diverso, quello della Pepsi invece è uguale! Per fortuna qualche certezza almeno rimane. Stanotte accadrà una cosa esaltante. Dormirò come più in alto non ho mai dormito, al 34° piano di un hotel questa volta bellissimo.
Chicago sembra proprio bella, è quasi finta, sarà perché sento la differenza con lo Stambergo, sarà perché qui alloggio al centro per davvero, però qui dove sto è proprio l’America che ti aspetti.
Io, intanto aspetto le mie Black Ribs. Sono arrivate…
Lo so è passato solo un rigo e per voi è passata solo una frazione minima di tempo ma per me è passato un sacco di tempo, nel quale ho macchiato il mio blocchetto ed ho prodotto un disossamento perfetto di alcune costolette di maiale inondate da salsa Barbecue. Oltre a ciò ho scoperto una cosa fondamentale per chiunque vada in un ristorante dotato di servizio ai tavoli negli States.
È necessario importante e fondamentale lasciare la mancia.

Io non l’ho fatto, me ne pento, ma non l’ho fatto. Per 5 minuti circa una signorina ha tentato di interrogarmi chiedendomi cosa avesse fatto di così grave da meritarsi l’affronto di essere privata della sua mancia. È stato imbarazzante. L’origine di tutto ciò sta nel fatto che i camerieri dai datori di lavoro in america non sono pagati ma guadagnano quello che gli si lascia per mancia.
Per questo sono gentili fino all’ossessione e sono in una strana concorrenza tra di loro in una specie di riduzione del self made man (anche questo è il mito americano in fondo). Io prima di capire questa cosa ho pensato che le cameriere (anche i camerieri) flirtassero con me, in realtà volevano solo il mio danaro, che tristezza!

Nella mia camera vedo i fuochi d’artificio e finalmente dormo in un letto grandissimo in una stanza bellissima, in un posto altissimo.

venerdì, luglio 03, 2009

Let’s go bite America 5 New York.

Ancora non mi sento pronto ad affrontare il lato Est di New York e quindi ridiscendo verso il lato Ovest per cercare il Dakota building ma ben presto mi rendo conto che il sapere, dalla guida turistica, che l’edificio sorge sul lato Ovest della città sulla strada che costeggia il Central Park non basta.
La prossima volta porterò la guida con me. Dopo aver amaramente constatato di non riuscire a trovare da solo il Dakota Building, l’orrendo memento della mia raccapricciante morbosità ma anche del mio amore per i Fab Four, decido di dirigermi verso Broadway. Prima di partire per il mio viaggio ero convinto che Broadway fosse un luogo piuttosto piccolo e circoscritto. Ero felice di sapere che il mio albergo era vicino alla strada dei teatri più famosa del mondo ma non avevo considerato che la strada è lunga svariati km perché attraversa, grossomodo in diagonale, l’intera isola di Manhattan. Comunque in questa strana giornata c’è una cosa che è proprio strana, è tutto pieno di americani travestiti come se fossero nell’Ottocento che suonano tamburini, mostrano vecchie doppiette e portano a spasso piccoli cannoni, in fondo è il 4. Alla fine arrivo dopo un bel po’ a Times square il centro del centro del centro. La quantità di luci è impressionante, la quantità di persone è allucinante, il puzzo è indescrivibile. Finalmente comincio a sbucciarla questa mela.
Dopo essere andato a pranzare in un posto Newyorchese per davvero, cioè non in un rassicurante catenone, ho trovato, all’albergo dovevo avevo lasciato i bagagli anche i 2 soliti poliziotti che, seduti su un sofà, disquisiscono di qualcosa di importante anche se non ho ancora capito di cosa. In realtà non sembrano neanche antipatici. Comunque il panino che ho mangiato a pranzo non era niente male, finalmente l’ho presa a morsi quest’America, era mediamente cotta e con le cipolle. Speriamo anche che si lasci digerire. I poliziotti ogni tanto sollevano lo sguardo e mi guardano, poi si ricordano che stavano dicendosi qualcosa di importante e ricominciano a parlottare. Uno è nero, parla di più e sembra più simpatico, l’altro è ispanico con i affetti. Hanno tutti e due il grosso distintivo in bella mostra. Sarebbero una coppia da film perfetta tipo: poliziotto buono e poliziotto cattivo. Nel frattempo a New York fa freschetto, il cielo è velato e ogni tanto pioviggina. Il taxi è arrivato sono pronto per Chicago.

Di Davide Leone

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