
La bici è oggi, sotto il paravento di tecnologie innovative, di cambi sempre più precisi e di telai sempre più leggeri, il residuo nobile di un secolo a noi distante, l’Ottocento.
Ne rappresenta i caratteri peculiari: il trionfo della tecnica e dell’impresa individuale.
La bici è nata nella prima metà dell’ottocento (anche se ancora era una draisina,o hobby horse, senza i pedali) e parallelamente alla nascita dell’urbanistica rappresenta la ricerca e la realizzazione di un’utopia. La rivoluzione del trasporto individuale da un lato e la costruzione di società più eque basate su sistemi di regole centrate sullo sviluppo razionale e ordinato delle città.
Oggi, questo frutto virtuoso dell’Ottocento (che solo dopo il 1864 divenne “velocipede” e guadagnò i pedali) secondo Augé può essere alla base della realizzazione di una nuova utopia urbana.
Un’utopia che consacrerà “il ciclimo come forma di umanesimo” e l’era della bicicletta come la (ri)nascita della società urbana, finalmente libera dal “monoteismo del petrolio” e capace di muoversi secondo itinerari e strade nuove e imprevedibili.
La bicicletta sembra essere, dalla lettura del testo di Augé “Il bello della bicicletta” (Bollati Boringhieri, 2009), l’asso nella manica, l’arma segreta, la detonazione ritardata ma deflagrante di un secolo che ha dato vita ad una disciplina nata per correggere gli errori e guidare lo sviluppo della società industrializzata.
Tra le ragioni per cui leggere il libro di Augé una tra tutte è nella struttura stessa del libro, ovvero nel percorso che l’autore costruisce muovendosi dai suoi ricordi personali, letti rispetto al mito del ciclismo del dopoguerra, fino alla descrizione utopica di una società redenta dall’uso generalizzato delle due ruote.
In particolare il capitolo “L’utopia” è capace di essere al contempo previsione cosciente (fatta da uno studioso attento delle cose della città) e volo fantasioso e divertito sui destini della società urbana.
Giuseppe




