
Riceviamo e volentieri pubblichiamo il documento che l'INU e l'ANCSA hanno inviato al Comune di Palermo, alla Soprintendenza ai BB. CC. AA. AA., al Settore Centro Storico e al Genio Civile in relazione alle vicende dell'area cosiddetta "Quaroni" di via Maqueda.
Il Consiglio Direttivo Nazionale dell’Associazione Nazionale Centri Storici Artistici (ANCSA) e il Consiglio Direttivo della Sezione Siciliana dell’Istituto Nazionale di Urbanistica (INU) hanno affrontato recentemente il tema del ruolo degli spazi aperti nelle politiche di riqualificazione urbana con particolare riferimento al processo di recupero del centro storico di Palermo e al dibattito sollevato dall’iniziativa della Curia di Palermo riguardante la ricostruzione dell’area compresa tra via Maqueda, vicolo dei Giovenchi, discesa delle Capre e via S. Agostino. Iniziativa ampiamente riportata e documentata sulla stampa locale.
Come è noto, il recupero del centro storico è stato avviato con successo attraverso la pianificazione esecutiva approvata dalla Regione nel 1993, sintetizzata nello strumento urbanistico noto come P.P.E. Gli interventi di recupero pubblici e privati sono stati sostenuti da finanziamenti stanziati dalla Regione con la legge 25 del 1993 e gestiti dal Comune di Palermo attraverso sei bandi che hanno avuto grande successo.
Palermo è una delle poche città d’Italia che si è dotata in tempi brevi (1989-1993) di uno strumento urbanistico organico per il recupero dell’intero centro storico e questa esperienza ha avuto molto risalto nella letteratura specialistica. Si tratta di un piano culturalmente condivisibile, basato sulla conoscenza storica della città e del patrimonio edilizio, utilizzata come matrice delle scelte progettuali.
Si tratta anche di un piano facilmente consultabile e utilizzabile da parte degli operatori privati e dei tecnici comunali. Insomma un piano che ha funzionato bene e che ha consentito l’apertura di numerosissimi cantieri di recupero edilizio, che ha creato un mercato immobiliare prima inesistente, che ha indotto contemporaneamente una certa sostituzione sociale, che ha ampliato l’offerta di attività culturali pubbliche e private e che ha rivitalizzato molte aree del centro storico.
Monitorando il processo di recupero e facendo periodici bilanci sull’attività di recupero e riqualificazione della città storica, si sarebbero potuti introdurre alcuni correttivi a partire dalla precisazione del ruolo che il centro storico deve continuare a svolgere nel contesto urbano e territoriale integrando la funzione culturale, turistica, direzionale, residenziale, e apportare alcune modifiche migliorative nelle previsioni urbanistiche e nelle Norme di Attuazione.
I piani infatti non devono essere considerati immodificabili ma possono essere perfezionati in relazione ai risultati conseguiti e in relazione al mutare del contesto a cui si applicano, senza snaturarne le qualità positive e l’efficacia. Con riferimento al fatto che il piano sia scaduto dopo dieci anni (e cioè nel 2003) è bene puntualizzare che dopo 10 anni scadono solo i vincoli sulle proprietà immobiliari, ma il piano rimane efficace per tutto il resto.
In ogni caso, sarebbe assai opportuna una rivisitazione parziale dello strumento urbanistico a partire dalla consapevolezza che la riqualificazione urbana non deriva automaticamente dalla somma di tanti recuperi edilizi, ma può essere incrementata da una riflessione specifica sull’implementazione e riqualificazione degli spazi aperti da destinare a piazze, luoghi di incontro e giardini di cui la città storica è carente. Gli spazi pubblici sono infatti quelle parti delle strutture urbane in cui la società, incontrando la città,
si trasforma e si riconosce in “comunità”. Molte città europee hanno concentrato l’intervento pubblico sulla riqualificazione spaziale e funzionale degli spazi aperti, che ha fatto da volano agli interventi di recupero dei privati. A Palermo, la sistemazione a verde del grande spazio dietro le absidi della chiesa della Magione e quella del lungomare del Foro Italico, hanno fornito alcune risposte in questa direzione e sono molto utilizzati dalla popolazione.
Il centro storico di Palermo presenta inoltre massicce volumetrie e pochi spazi aperti. La densità edilizia in alcuni casi supera i 9 metri cubi per metro quadro. Questa condizione, comune ad altri grandi centri storici, ha origine dai processi di crescita della città entro le mura e dal continuo inurbamento di abitanti alla ricerca della sicurezza e delle opportunità derivanti dalla condizione urbana. Questo meccanismo ha fatto si che nei secoli si costruisse dappertutto, che il patrimonio edilizio storico crescesse e in altezza e in superficie, a volte sacrificando perfino piazze, cortili e reti viarie.
Come è noto, tra l’altro, esiste una grande quantità di patrimonio edilizio monumentale storico di proprietà della chiesa, di privati, di enti e istituzioni, sottoutilizzato e abbandonato, che per rivivere ha bisogno di ospitare nuove funzioni e nuove attività e nuove forme di gestione.
Nel progetto originario del P.P.E. si prevedeva che l’area di proprietà della Curia che si affaccia su via Maqueda fosse destinata a un giardino pubblico arricchito dalla valorizzazione delle preesistenze (Tav. 14/5 scala 1/500) Ma la Curia, dopo la demolizione nel 1981 dell’Oratorio di S. Giovanni dei Gerosolimitani e della parte basamentale del cinema Maqueda di Ernesto Basile, ottenne nel 1997 di stralciare il destino di quest’area dalle previsioni organiche contenute nel P.P.E. e di avviare un piano di recupero autonomo, coincidente con la costruzione di un edificio polifunzionale, approvato dalla Regione nel 2000.
Il progetto attuale, ormai anacronistico e di discutibile qualità architettonica, non tiene conto delle preesistenze superstiti costituite da parte della facciata della Chiesa di Santa Croce, dalla parte basamentale dell’edificio palaziale dei Duchi di Castelluzzo, e da altri elementi murari presenti nell’area, riconducibili alle due chiese. Sembra inoltre del tutto incompatibile anche con la conservazione di eventuali preesistenze ipogee (cripte degli edifici ecclesiastici), come suggerisce la Soprintendenza, che sarebbero completamente devastate dalla maglia strutturale ipotizzata, dai locali tecnici e dalla destinazione a parcheggio sotterraneo.
L’edificio progettato occupa quasi tutta l’area edificabile con un volume ingombrante e invasivo, che aggraverebbe anche le condizioni di sicurezza della zona dal punto di vista della vulnerabilità sismica e delle vie di fuga, in ragione della piccola dimensione della rete viaria e degli spazi aperti, rapportata al notevole numero di residenti che abitano negli edifici circostanti recentemente recuperati.
Pertanto, tutto ciò premesso, si chiede alle SS. LL., nelle more di una revisione organica dello strumento urbanistico per il centro storico, di procedere ad una riconsiderazione delle previsioni progettuali relative all’area in questione salvaguardando le preesistenze e tenendo conto del ruolo urbanistico che l’area, se lasciata, anche parzialmente libera e destinata ad uso pubblico, può assumere nel contesto urbano, ricorrendo, eventualmente, ad un concorso di progettazione che garantisca la più alta qualità della soluzione progettuale in termini spaziali, funzionali e microclimatici.
In questa direzione le Associazioni scriventi sono disponibili a fornire a codesta Amministrazione la più ampia e disinteressata collaborazione.
Si ringrazia dell’attenzione e si rimane in attesa di riscontro.
Il Presidente dell’INU Sicilia Prof. Ing. Giuseppe Trombino
Il Presidente dell’ANCSA Sicilia Prof. Arch. Teresa




