martedì, aprile 28, 2009

Recupero del centro storico di Palermo: il ruolo degli spazi aperti e la ricostruzione nell’area della Curia in via Maqueda.


Riceviamo e volentieri pubblichiamo il documento che l'INU e l'ANCSA hanno inviato al Comune di Palermo, alla Soprintendenza ai BB. CC. AA. AA., al Settore Centro Storico e al Genio Civile in relazione alle vicende dell'area cosiddetta "Quaroni" di via Maqueda.

Il Consiglio Direttivo Nazionale dell’Associazione Nazionale Centri Storici Artistici (ANCSA) e il Consiglio Direttivo della Sezione Siciliana dell’Istituto Nazionale di Urbanistica (INU) hanno affrontato recentemente il tema del ruolo degli spazi aperti nelle politiche di riqualificazione urbana con particolare riferimento al processo di recupero del centro storico di Palermo e al dibattito sollevato dall’iniziativa della Curia di Palermo riguardante la ricostruzione dell’area compresa tra via Maqueda, vicolo dei Giovenchi, discesa delle Capre e via S. Agostino. Iniziativa ampiamente riportata e documentata sulla stampa locale.

Come è noto, il recupero del centro storico è stato avviato con successo attraverso la pianificazione esecutiva approvata dalla Regione nel 1993, sintetizzata nello strumento urbanistico noto come P.P.E. Gli interventi di recupero pubblici e privati sono stati sostenuti da finanziamenti stanziati dalla Regione con la legge 25 del 1993 e gestiti dal Comune di Palermo attraverso sei bandi che hanno avuto grande successo.
Palermo è una delle poche città d’Italia che si è dotata in tempi brevi (1989-1993) di uno strumento urbanistico organico per il recupero dell’intero centro storico e questa esperienza ha avuto molto risalto nella letteratura specialistica. Si tratta di un piano culturalmente condivisibile, basato sulla conoscenza storica della città e del patrimonio edilizio, utilizzata come matrice delle scelte progettuali.
Si tratta anche di un piano facilmente consultabile e utilizzabile da parte degli operatori privati e dei tecnici comunali. Insomma un piano che ha funzionato bene e che ha consentito l’apertura di numerosissimi cantieri di recupero edilizio, che ha creato un mercato immobiliare prima inesistente, che ha indotto contemporaneamente una certa sostituzione sociale, che ha ampliato l’offerta di attività culturali pubbliche e private e che ha rivitalizzato molte aree del centro storico.
Monitorando il processo di recupero e facendo periodici bilanci sull’attività di recupero e riqualificazione della città storica, si sarebbero potuti introdurre alcuni correttivi a partire dalla precisazione del ruolo che il centro storico deve continuare a svolgere nel contesto urbano e territoriale integrando la funzione culturale, turistica, direzionale, residenziale, e apportare alcune modifiche migliorative nelle previsioni urbanistiche e nelle Norme di Attuazione.
I piani infatti non devono essere considerati immodificabili ma possono essere perfezionati in relazione ai risultati conseguiti e in relazione al mutare del contesto a cui si applicano, senza snaturarne le qualità positive e l’efficacia. Con riferimento al fatto che il piano sia scaduto dopo dieci anni (e cioè nel 2003) è bene puntualizzare che dopo 10 anni scadono solo i vincoli sulle proprietà immobiliari, ma il piano rimane efficace per tutto il resto.
In ogni caso, sarebbe assai opportuna una rivisitazione parziale dello strumento urbanistico a partire dalla consapevolezza che la riqualificazione urbana non deriva automaticamente dalla somma di tanti recuperi edilizi, ma può essere incrementata da una riflessione specifica sull’implementazione e riqualificazione degli spazi aperti da destinare a piazze, luoghi di incontro e giardini di cui la città storica è carente. Gli spazi pubblici sono infatti quelle parti delle strutture urbane in cui la società, incontrando la città,
si trasforma e si riconosce in “comunità”. Molte città europee hanno concentrato l’intervento pubblico sulla riqualificazione spaziale e funzionale degli spazi aperti, che ha fatto da volano agli interventi di recupero dei privati. A Palermo, la sistemazione a verde del grande spazio dietro le absidi della chiesa della Magione e quella del lungomare del Foro Italico, hanno fornito alcune risposte in questa direzione e sono molto utilizzati dalla popolazione.
Il centro storico di Palermo presenta inoltre massicce volumetrie e pochi spazi aperti. La densità edilizia in alcuni casi supera i 9 metri cubi per metro quadro. Questa condizione, comune ad altri grandi centri storici, ha origine dai processi di crescita della città entro le mura e dal continuo inurbamento di abitanti alla ricerca della sicurezza e delle opportunità derivanti dalla condizione urbana. Questo meccanismo ha fatto si che nei secoli si costruisse dappertutto, che il patrimonio edilizio storico crescesse e in altezza e in superficie, a volte sacrificando perfino piazze, cortili e reti viarie.
Come è noto, tra l’altro, esiste una grande quantità di patrimonio edilizio monumentale storico di proprietà della chiesa, di privati, di enti e istituzioni, sottoutilizzato e abbandonato, che per rivivere ha bisogno di ospitare nuove funzioni e nuove attività e nuove forme di gestione.
Nel progetto originario del P.P.E. si prevedeva che l’area di proprietà della Curia che si affaccia su via Maqueda fosse destinata a un giardino pubblico arricchito dalla valorizzazione delle preesistenze (Tav. 14/5 scala 1/500) Ma la Curia, dopo la demolizione nel 1981 dell’Oratorio di S. Giovanni dei Gerosolimitani e della parte basamentale del cinema Maqueda di Ernesto Basile, ottenne nel 1997 di stralciare il destino di quest’area dalle previsioni organiche contenute nel P.P.E. e di avviare un piano di recupero autonomo, coincidente con la costruzione di un edificio polifunzionale, approvato dalla Regione nel 2000.
Il progetto attuale, ormai anacronistico e di discutibile qualità architettonica, non tiene conto delle preesistenze superstiti costituite da parte della facciata della Chiesa di Santa Croce, dalla parte basamentale dell’edificio palaziale dei Duchi di Castelluzzo, e da altri elementi murari presenti nell’area, riconducibili alle due chiese. Sembra inoltre del tutto incompatibile anche con la conservazione di eventuali preesistenze ipogee (cripte degli edifici ecclesiastici), come suggerisce la Soprintendenza, che sarebbero completamente devastate dalla maglia strutturale ipotizzata, dai locali tecnici e dalla destinazione a parcheggio sotterraneo.
L’edificio progettato occupa quasi tutta l’area edificabile con un volume ingombrante e invasivo, che aggraverebbe anche le condizioni di sicurezza della zona dal punto di vista della vulnerabilità sismica e delle vie di fuga, in ragione della piccola dimensione della rete viaria e degli spazi aperti, rapportata al notevole numero di residenti che abitano negli edifici circostanti recentemente recuperati.
Pertanto, tutto ciò premesso, si chiede alle SS. LL., nelle more di una revisione organica dello strumento urbanistico per il centro storico, di procedere ad una riconsiderazione delle previsioni progettuali relative all’area in questione salvaguardando le preesistenze e tenendo conto del ruolo urbanistico che l’area, se lasciata, anche parzialmente libera e destinata ad uso pubblico, può assumere nel contesto urbano, ricorrendo, eventualmente, ad un concorso di progettazione che garantisca la più alta qualità della soluzione progettuale in termini spaziali, funzionali e microclimatici.
In questa direzione le Associazioni scriventi sono disponibili a fornire a codesta Amministrazione la più ampia e disinteressata collaborazione.
Si ringrazia dell’attenzione e si rimane in attesa di riscontro.


Il Presidente dell’INU Sicilia Prof. Ing. Giuseppe Trombino

Il Presidente dell’ANCSA Sicilia Prof. Arch. Teresa

lunedì, aprile 20, 2009

Raccontare la città e superare il pudore

In occasione della presentazione del mensile “Napoli Monitor” e del libro “Medioevo napoletano” presso il Parco letterario G. Tomasi di Lampedusa (Vicolo della Neve all'Alloro, Piazza Marina, ore 20:30) ho fatto una piccola riflessione sulla necessità della dimensione del racconto nell’indagine della città.

Non chiedere: “Qual è il problema?”
chiedi: “Qual è la storia?”.
Solo così scoprirai qual è per davvero il problema.
John Forester

di Giuseppe Lo Bocchiaro

Napoli monitor è un mensile che racconta e indaga la città di Napoli. Lo fa attraverso reportages ricchi di suggestioni e suggestionanti racconti a fumetti. A ben guardare l’interesse che Napoli Monitor suscita già ad un primo sguardo sta tutto nell’accostamento tra media diversi (ma affini) come il racconto testuale e il fumetto e nel completamento reciproco che immagini e testo esercitano. Ogni numero offre il racconto sfaccettato, complesso e strutturato di Napoli e del mondo che la città partenopea inquadra, condensa, cattura.
Scendendo nel dettaglio, colpisce l’uso particolare della dimensione “tempo” nella costruzione delle notizie. La cadenza mensile delle uscite offre agli autori del giornale la possibilità di andare oltre la banale elencazione dei fatti, arrivando alla produzione di reportage/narrazioni complesse senza perdere l’appiglio con la cronaca vera e propria. Si tratta di un approccio che non può non ricordare le esperienze illustri di giornalismo (da Ryszard Kapuscinski, corrispondente dall’Africa, dall’Iran, dall’URSS, fino ai racconti di Paolo Rumiz, da anni in giro per l’Italia e l’Europa, riscritte e (ri)raccontate attraverso chiavi di lettura molteplici) ma che affronta e supera quel pudore, invisibile ma pesantissimo, che gli abitanti di una città provano nel mettersi in mostra, nel sentirsi rappresentati e “messi in scena”. Emma Dante ci scandalizza, in quanto palermitani, perché ci mette in mostra, ci scaraventa sul palcoscenico, ci racconta e l’esperienza che ci impone è traumatizzante (oltre che catartica).
Dall’osservatorio tutto palermitano da cui da qualche anno, attraverso Parliamo di città, soppesiamo le cose intorno, mi sembra di intravedere, nella difficoltà della costruzione di un racconto, il problema centrale dell’indagine urbana. Lo sforzo della narrazione è necessario, in quanto impone la trasformazione del mero elenco di fatti, in enunciati complessi, in cui si costruiscono gerarchie e nessi di senso tra le cose raccontate, e tra i luoghi e le persone. Da questo punto di vista, l’insistenza con cui su Napoli Monitor e sull’annuario “Medioevo napoletano” (che ha consentito agli autori di approfondire alcuni temi affrontati sul giornale) si lavori sulle storie “basse”, anonime degli abitanti e sul legame di queste con i luoghi raccontati è significativa.
Palermo, infine, non è nuova ad esperimenti di questo genere, in cui attraverso la narrazione si penetri più efficacemente nei fatti e nelle istanze delle persone, dall’esperienza di riviste come “Margini”, o da ritratti come “Palermo è una cipolla” di Alajmo fino allo splendido “Brancaccio” di Di Gregorio e Stassi, ma si ha la sensazione di guardare a queste occasioni come a eventi sporadici che non si sono trasformati nel frattempo in consuetudini virtuose.

martedì, aprile 14, 2009

Let’s go bite America (New York 2)

New York 2

di Davide Leone
La mia fame mi conduce a verificare un altro preconcetto con il quale sono arrivato negli States. La domanda è semplice: Mcdonald avrà veramente lo stesso sapore qui dove è nato a molti km di distanza da dove ho sempre mangiato i suoi “deliziosi” intingoli? Salgo dalla novantaseiesima strada dove sorge il mio ragguardevole albergo fino a Broadway e trovo ciò che cerco, il simbolo della globalizzazione, la grande M dorata. L’effetto è spiazzante, qui dentro ci sono gli americani quelli veri che servono il loro piatto più famoso. Entrando vengo assalito da un sottile bouquet di patatine fritte e salsine improbabili e quasi mi commuovo.
Sono in un paese lontano, potenzialmente ostile, da solo, lontano dai miei affetti, ma l’odore che preannuncia cattiva digestione, flautolenze e acidità è lo stesso che mi ha accompagnato in tante uscite con i miei amici del liceo. Non resisto desidero un prodotto che incarni l’essenza di questo splendido baraccone che è Mc Donald. Chen ai ‘ev e big mec chiedo nel migliore inglese che riesco ad esprimere. Il cameriere mi sopravvaluta e mi dice qualcosa di cui ancora non ho inteso il senso, comunque siccome sono uno che non si perde d’animo dico: uid frenc frais end a cok, plis. Ottengo finalmente ciò che desideravo: uno scatolino di plastica, un bidoncino di cartone ed un altro contenitore dalla forma strana sempre di cartone. Mi vado a sedere, nel mio banchetto, incrociando gli occhi degli altri astanti tento di fare lo sguardo più truce che mi riesce, dovrebbe essere un misto tra Tomas Milian e Clint Eastwood. Non so quanto mi riesca l’operazione ma comunque mi raggiungo un posto a sedere nel semideserto fast food. Il risultato del pasto è una scoperta sensazionale il sapore del panino è straordinariamente identico, almeno per quello che posso ricordare, a quello della versione italiana. Avvicino allora la cannuccia alla mia bocca tumida e fremente e scopro una nuova dimensione della verità. Tutte le mie sicurezze crollano in un istante, il vero prodotto globale, la Coca Cola, qui ha un sapore differente, è più dolciastra. Questa considerazione mi allarma e mi fa capire che sarà difficile prenderla a morsi quest’America. Cattivo come un pistolero dei film western, terminato il mio pasto mi alzo e torno alla mia magione. Sono stanco, è tempo di dormire, mi allontano pensando: chissà se funzionerà il mio bancomat qui? In fondo ho cambiato solo 100 dollari dall’Italia. Terrorizzato arrivo le mio sudato e sudante talamo e dormo. Eh sì perché lo splendido alberghetto mi ha fornito delle lenzuola in un misto di cartoncino e plastica che sembrano create a posta per favorire l'insonnia. Agiscono infatti su più fronti: innanzitutto scrocchiettano facendo un suono irritante, poi surriscaldano ed infine si appiccicano. Insomma nonostante le condizioni disagevoli vengo aiutato dalla digestione per raggiungere un insperato stato di sonno e dormo sognando di passeggiare per New York.

di Davide Leone

giovedì, aprile 09, 2009

Berlusconi e il Piano Casa per chi ce l’ha già.


di Teresa Cannarozzo, Architetto e professore ordinario di Urbanistica presso la Facoltà di Architettura di Palermo.

Il 7 marzo 2009 si apprende dai media che il Presidente del Consiglio sta ideando un nuovo Piano Casa che manda in soffitta le previsioni precedenti contenute nella finanziaria del suo governo (l. 133 del 6.08.2008, Art. 11 “Piano Casa”). Berlusconi comunica trionfalmente di avere messo in cantiere un decreto legge che sarà denominato “Misure urgenti per il rilancio dell’economia attraverso la ripresa delle attività imprenditoriali edili”, chiamato in maniera abbastanza impropria “Piano Casa”. Una proposta che tutta l’Europa vuole copiare.
Sono scaturite furiose polemiche ma anche preoccupanti consensi come quello di Nomisma, formulato con una visione economicistica, abbastanza deludente.
Si tratta di una iniziativa deflagrante che, se andrà in porto così come annunciato, seppellirà per sempre i principi e le regole dell’urbanistica che hanno sempre avuto il fine di mediare l’interesse privato e l’interesse pubblico e spegnerà definitivamente la speranza di riqualificare città e aree metropolitane, di salvaguardare il paesaggio, di recuperare i centri storici e le periferie pubbliche: di prevedere in sintesi lo sviluppo sostenibile e la modernizzazione del paese in armonia con l’identità storica e culturale della nazione. Perché in una fase storica in cui perfino gli Stati Uniti sono addivenuti ad aderire a principi di sostenibilità climatica, energetica e ambientale, le idee del Presidente del Consiglio sono ispirate alla deregulation più totale e minano alle fondamenta l’istituto della pianificazione urbanistica che è l’unico in grado di mettere a sistema l’uso delle risorse e le necessità degli insediamenti umani.


Dalla bozza del decreto fin qui pubblicizzata emerge una visione miope, arretrata, privatistica e anarcoide dell’attività edilizia, emerge una assoluta mancanza di considerazione del rapporto tra abitanti, attrezzature, servizi e sistemi insediativi. Infatti uno dei principi cardine della pianificazione urbanistica (Decreto Interministeriale 1444 del 1968) è la regola che ad ogni abitante insediato debba corrispondere uno standard di attrezzature pubbliche: scuole, verde parcheggi, attrezzature comuni. Così come se si impianta o si ingrandisce una attività produttiva (industria o centro commerciale) deve essere prevista una quantità adeguata di parcheggi. Emerge una candida ignoranza di queste regole elementari, che andrebbero applicate per gestire la complessità e l’equilibrio delle strutture territoriali e urbane, ritenute invece aree trasformabili a proprio piacimento.
Il provvedimento, finalizzato a rilanciare l’attività edilizia, propone infatti che, in deroga agli strumenti urbanistici, ognuno possa ampliare il volume della propria abitazione del 20%; nel caso di edifici non residenziali (fabbriche, capannoni industriali, centri commerciali) si prevede invece l’aumento del 20% della superficie. Nel caso di demolizione e ricostruzione gli aumenti di volumetria e di superficie possono arrivare al 35% “a condizione che siano utilizzate tecniche costruttive di bioedilizia o di fonti di energia rinnovabile o di risparmio delle risorse idriche e potabili". Nell’indecenza più totale una foglia di fico in direzione della sostenibilità.
Gli aumenti di volumetria sono stati finora consentiti negli strumenti urbanistici tradizionali, a certe condizioni, perfino in Sicilia. La novità rovinosa e inaccettabile è che tutto questo sia possibile in deroga ai piani regolatori comunali, sulla base di esigenze solo privatistiche, al di fuori da qualunque controllo pubblico.
Infatti la procedura proposta prevede che tali iniziative si attuino attraverso una semplice dichiarazione di inizio di attività inoltrata da un tecnico, senza prevedere, pare, sanzioni per dichiarazioni mendaci.
Lo scenario prevedibile è quello di una crescita di bubboni ed escrescenze verticali e orizzontali, in tutto l’edificato, costituito prevalentemente dagli agglomerati di case unifamiliari (lottizzazioni di ville e villette), spesso costruite a ridosso le une dalle altre, intervallate da spazi liberi di dimensioni minime. L’ingrandimento della abitazione o della fabbrichetta o del centro commerciale potrà piacere ai molti che potranno sostenere i relativi costi, ma potrebbe dispiacere ai vicini e ai confinanti. Per non dire del conseguente sottodimensionamento delle attrezzature di pertinenza, come il verde e i parcheggi.
Per quanto riguarda i condomini, lo scenario è invece quello della chiusura indiscriminata di terrazze e balconi, con i materiali più diversi (tra cui primeggerà l’alluminio anodizzato a basso costo) secondo il modello delle metropoli del terzo mondo. Ma con un po’ di fantasia, che non manca ad alcuni architetti, si potrebbero incastrare anche nei piani alti (come si faceva prima per realizzare servizi igienici e cucine nelle case medioevali) volumi a sbalzo, aggiungere ramificazioni coralline, innalzare selve di torrini. Naturalmente, nel rispetto, autocertificato della stabilità degli edifici.
Per quanto riguarda la demolizione e la ricostruzione con ampliamento, nel caso degli edifici condominiali, l’ipotesi sembra poco praticabile, sia per i costi, sia per la presenza di abitanti che non saprebbero dove andare. Certo, nel caso di edifici residenziali abitati in affitto, la proprietà potrebbe decidere di mandare via gli inquilini e avere mani libere per demolire e ingrandire. La cacciata degli inquilini che già è avvenuta con la vendita del patrimonio residenziale pubblico di proprietà degli enti e che avviene in alcuni centri storici, che presentano processi di valorizzazione immobiliare, aggraverebbe il disagio abitativo delle fasce sociali più deboli.
La bozza del decreto prevede anche la liberalizzazione della modifica della destinazione d’uso degli edifici “nel rispetto della normativa relativa alla stabilità degli edifici e di ogni altra normativa tecnica, nonché delle distanze e delle disposizioni del codice civile e delle leggi speciali a tutela dei diritti dei terzi”. Il mutamento, “in tutto o in parte”, della destinazione d’uso e possibile anche “senza opere edilizie”.
Non è chiaro finora se ci saranno ambiti urbani e territoriali esclusi da questa frenetica attività di intasamento edilizio, come per es. i centri storici o gli edifici vincolati come beni monumentali.
In ultimo, rimane il problema delle cornici legislative appropriate. Il Presidente del Consiglio ha confermato il proposito di procedere con decreto-legge, benché sia ben consapevole che il provvedimento attiene ad una materia, il governo del territorio, indicata dalla riforma del titolo V della Costituzione (2001) come legislazione concorrente tra Stato e Regioni.
Ciò significa che la potestà legislativa dello Stato nella materia del governo del territorio è limitata alla determinazione dei principi fondamentali; principi che avrebbero dovuto essere enunciati in una legge nazionale di riforma organica che si aspetta dal 1942. E francamente non sembra che i contenuti della bozza del decreto legge siano spacciabili per principi fondamentali di interesse nazionale; né sembra appropriata la decretazione di necessità e urgenza. Ma il Presidente del Consiglio troverà sicuramente il modo di superare tutto quello che ostacola i suoi obiettivi. Anche per non deludere l’Europa.
Naturalmente queste proposte dissennate vellicano gli egoismi e gli individualismi largamente diffusi nella nazione, annichiliscono l’interesse pubblico e non danno nessuna risposta al problema sociale del fabbisogno abitativo, che si materializza nei disagi di migliaia di famiglie che non riescono a trovare una casa in affitto a prezzi sostenibili, nelle difficoltà delle giovani coppie in regime di lavoro precario ad accendere un mutuo per l’acquisto della prima casa, etc….
Si tratta insomma di misure a favore di un segmento sociale, economicamente dotato, in grado di migliorare (si fa per dire) la propria condizione abitativa, la propria attività produttiva. Ma certo non si tratta di dare la casa a chi non ce l’ha.
L’Italia avrebbe bisogno di ben altro: innovazione e infrastrutturazione delle città e delle aree metropolitane, reti efficienti di trasporto pubblico su ferro, recupero e riqualificazione dei centri storici e delle periferie pubbliche, tutela attiva del paesaggio e del territorio storico, coesione e integrazione sociale attraverso serie politiche di social housing. Prima di sprofondare nel terzo mondo.

giovedì, aprile 02, 2009

Piano casa Berlusconi

Riceviamo e con entusiasmo pubblichiamo una riflessione di Attilio Belli sul Piano Casa appena approvato.


di Attilio Belli (professore ordinario di Urbanistica e presidente del corso di laurea in Urbanistica e Scienze della PTe A, università "Federico II" di Napoli)



Massimo Cacciari ha parlato del piano casa di Berlusconi come proposta demagogica (ma vincente), cui la sinistra – con lo slogan della cementificazione – rischia di contrapporre una critica meramente ideologica (perdente). Potrebbe avere ragione, anche se non conoscendo ancora il testo del provvedimento, risulta difficile entrare nel merito con precisione.
Il senso economico della proposta è chiaro, rimanda al classico “quand le bâtiment va, tout va”, modulato in forti dosi, drogato nella direzione di una corsa a ristrutturare il patrimonio abitativo, eliminando i controlli pubblici.
Il senso politico sembra simile a quello messo in campo negli anni cinquanta dalla Dc e sintetizzato da Alessandro Pizzorno nei termini di «mobilitazione individualistica». Entrerebbe in campo l’acquisizione di un consenso basato su provvedimenti che allora realizzarono una solidarietà tra ceti medi e ceti marginali nelle città e furono la base di sostegno del blocco moderato. La risposta della sinistra risultò allora poco efficace e perdente. La proposta di Berlusconi potrebbe avere la stessa efficacia di quella democristiana, coinvolgendo potenzialmente milioni di persone, con la differenza che oggi la platea dei proprietari si è molto dilatata, e per gli strati sociali deboli non si propone nulla: scarsi ammortizzatori sociali, niente per le esigenze abitative. D’altronde è evidente quanto l’opinione pubblica penalizzi chi come Soru in Sardegna ha proposto norme restrittive affidandosi a una pianificazione paesistica non accompagnata da provvedimenti di sostegno alla domanda insediativa.

Ma nel piano casa vanno fatte alcune distinzioni.
L’incentivo del 20% per ingrandire le abitazioni appare grottesco, se considerato alla scala degli effetti sulla città. E non solo perché è facile riconoscere che, vivendo la gran parte degli italiani in condomini, autorizzare ad ampliare l’abitazione in terrazzi e balconi significherebbe produrre una edilizia foruncolosa, di sopraelevazioni che sconcerebbero gli edifici e che altererebbe tutte le regole edilizie e urbanistiche (statiche, estetiche, igieniche, funzionali). Fermandosi solo agli aspetti estetici, non si può non condividere il giudizio espresso dall’urbanista Marco Romano, noto studioso di estetica urbana, che, pur da posizioni politiche di centro-destra, non può non accusare che nelle norme governative “l’indifferenza per la bellezza della città è clamorosa”.
Anche per le casette unifamiliari il risultato sarebbe deplorevole. Un effetto paragonabile a quello dello spot televisivo della Vodafone, dove lo sconto del 20% e i magici incrementi derivanti vengono rappresentati dal calciatore Gattuso – che mostra una pizza con un lobo che fuoriesce – come la “pizza ai cinque formaggi”. Ecco, mi sembra proprio che si pensi ad una manovra edilizia come “pizza ai cinque formaggi”.
E mi turba profondamente che un antico ambientalista come Ripa di Meana possa dichiarare con rassegnazione che «dei premi di cubatura di cui profitteranno i proprietari delle varie villettopoli d’Italia non mi preoccupo più di tanto, dal momento che se li pagheranno da soli, ed andranno a incidere in territori già perduti». Si passa così con facilità da un negativo ambientalismo estremistico ad un cinismo ambientalistico sfrenato.
Più interessante è la proposta dell’incremento del 30% per demolizione e ricostruzione. Ma qui le cose si complicano. Anzitutto perché l’effetto economico sarebbe differito. E perché, per risultare una manovra utile anche dal punto di vista della rigenerazione dei territori urbani – cui nessuna manovra di rilancio economico, per quanto temeraria e drogata può rinunciare – dovrebbe essere inserita in un più ampio piano di riqualificazione soprattutto delle aree semiperiferiche e cioè proprio di quei quartieri che tutti giudichiamo agghiaccianti. In questo caso andrebbe articolato in parte come manutenzione di edifici pubblici e privati e in parte come ristrutturazioni, indirizzando gli incentivi esclusivamente a un’ edilizia basata su tecnologie innovative. Bisognerebbe puntare con decisione a una vera riconfigurazione urbanistica delle aree semicentrali, anche per cominciare a contrastare in modo efficiente le prospettive negative dei mutamenti climatici, che – ormai è chiaro –vanno affrontate coraggiosamente alla scala complessiva delle nostre città.
L’orientamento, infine, a superare le concessioni pubbliche attraverso l’asseveramento dei progetti da parte dei professionisti apre le porte inevitabilmente a un inarrestabile processo di corruzione e a infiniti contenziosi con i controlli pubblici successivi alle realizzazioni.

mercoledì, aprile 01, 2009

no comment (urbani)




Palermo (2009), via Maqueda, foto Daniele

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