martedì, marzo 31, 2009

“UNA GIORNATA IN PIAZZA”


Riceviamo e volentienti pubblichiamo dal Comitato spazio pubblico Palermo:

Hai presente una piazza? Sai quelle città dove ci sono le piazze?
Dove giocano i bambini, dove puoi sederti a riposare, dove i rumori della
città si sentono solo in lontananza, dove i turisti ammirano in pace i
monumenti... e là c'è un signore che mangia un panino, un ragazzo e una
ragazza si baciano sulla panchina, una signora li guarda ogni tanto muovendo
il passeggino, i nonni giocano a carte e ...

Ma perché non deve esserci una piazza così a Palermo? Perché non desiderarla
e non chiederla?

Sono piccole cose, è vero, ma aiutano a vivere meglio.

Il COMITATO SPAZIO PUBBLICO PALERMO vi invita IL 4 APRILE in PIAZZA BELLINI,
dalle 11 alle 18 per

“UNA GIORNATA IN PIAZZA”

Un evento per tutti con
giochi per bambini, street football, ping pong, partite a carte, spazi per
la lettura, visite ai monumenti della piazza ...

Vi aspettiamo per giocare, conoscere, divertirci e chiedere che un
parcheggio diventi una vera piazza!

mercoledì, marzo 25, 2009

Preoccupato e preoccupante «Piano Casa»

Il Segretario Nazionale della Società Italiana degli Urbanisti, Nicola Giuliano Leone, ci ha inviato un documento sul Piano Case del Governo Berlusconi, che pubblichiamo.



di Nicola Giuliano Leone (professore ordinario di urbanistica, università degli studi di Palermo, Segretario Nazionale della SIU)
L’annunciato provvedimento legislativo denominato «Piano Casa» e successivamente più propriamente «Pacchetto Casa» (che in parte prosegue quanto espresso dall’art. 11 della L. 133/08), risente complessivamente del clima preoccupato che anima le reazioni italiane alla crisi economica, ma risente anche di una campagna strisciante di delegittimazione dei piani urbanistici, alimentata perfino dalla stampa più impegnata, con prese di posizione anche di autorevoli politici sulla corresponsabilità della devastazione del paesaggio italiano. Non è possibile conoscere con completezza la legge in discussione ma, dalle notizie apparse sui quotidiani e dal dibattito che ne è seguito, si possono trarre alcuni elementi di riflessione. La Società Italiana degli Urbanisti (SIU) vuole contribuire ad una migliore evoluzione della vicenda sia nel merito della definizione del decreto legge dello Stato che nel merito del suo proseguimento applicativo nelle sedi proprie delle Istituzioni Regionali.
Il Decreto, in fase di approvazione, sembra prevedere due parti tra loro distanti e che presentano scopi differenti.
Una prima parte attiene ad un pacchetto di incentivi che puntano ad accelerare procedure concessorie e permessi, consentendo contestualmente modiche incrementali delle cubature esistenti con vari premi e facilitazioni. Una seconda parte prevede finanziamenti per l’alloggio sociale a cui le Regioni interessate potrebbero accedere per attivare politiche mirate alla costruzione di nuove abitazioni. La seconda questione viene giornalisticamente poco trattata e poco si sa ancora su come si intende procedere, tranne che per alcune prese di posizione riguardanti la cessione di beni dell’Istituto case popolari o ancora il ridotto finanziamento per case popolari di cui si ignorano le procedure di formazione, le categorie di soggetti aventi diritto all’abitazione e le formule di assegnazione.
Per queste ragioni più che di un piano casa sembra trattarsi di un insieme di provvedimenti di incentivazione utili ad alimentare la speranza che il settore edile possa avere occasioni di lavoro.
La legge cade in un periodo in cui si ha piena consapevolezza degli appesantimenti burocratici prodotti da procedure complesse e farraginose nelle quali spesso si sono inseriti ingiustificati favoritismi, o interessate protezioni o incomprensibili dinieghi. Pertanto una facilitazione delle pratiche e delle procedure può costituire un sicuro miglioramento della condizione, se si hanno chiare le finalità e se si è in grado di generare adeguati effetti positivi.
Ben più complessa è la questione della premialità espressa in cubature aggiuntive, definite al fine di incrementare l’abitabilità, le attività produttive o quant’altro.
E’ stato annunciato che il provvedimento legislativo prevede la possibilità di un premio di cubatura del 20% per le abitazioni completate entro l’anno 2008. Tale incremento è oneroso (ovvero si pagano gli oneri di costruzione e di urbanizzazione), ma con una riduzione del 20% se seconda casa e del 60% se prima casa. Sarebbero disponibili ulteriori incentivi per opere di miglioramento bioclimatico anche in materia di produzione di energie alternative.
È evidente che tale condizione riferita in modo generico ad abitazioni esistenti coinvolge forme abitative molto differenti tra loro non solo relativamente ai tipi edilizi, ma anche in ragione delle forme in cui ogni singola città si è sviluppata.
Così questa norma, se applicata in modo estensivo, potrebbe generare danni perché appare molto differente la natura delle case unifamiliari diffuse sul territorio nazionale. Ma c’è anche il fondato rischio che rimanga inattiva, senza produrre economie di particolare rilevanza. Del resto si configura più come una norma di facilitazioni di alcune procedure che come una norma di reale incentivazione.
Emerge con chiarezza che le prescrizioni annunciate possano restare inattuate a meno che le Regioni non ricorrano a procedure di legislazione che definiscano azioni di Piano adeguate, come accade oggi anche senza l’intervento dello Stato. Di fatto oggi l’unico anello mancante sono le economie utili ad avviare i processi, mentre le norme facilitanti possono essere introdotte anche da leggi regionali o dagli stessi Piani regolatori.
In sintesi la legge proposta, che si crede non abbia ancora una stesura definitiva e completa, ma che si serve di alcune utili sperimentazioni regionali, come quella in formazione da parte della Regione Veneto, apre sicuramente un dibattito interessante su alcune questioni di fondo che in più occasioni gli urbanisti italiani hanno dibattuto e tentato di avviare con suggerimenti e assunzioni di responsabilità.
Le questioni in materia di edilizia, architettura e città sono essenzialmente tre.
Una prima questione è lo snellimento delle procedure e la conseguente riduzione dei tempi nelle decisioni che riguardano la pianificazione e il governo del territorio. Una seconda questione è trovare una efficace strategia di rinnovo urbano attraverso modelli economici e procedurali che consentano di buttare quanto di pessimo è stato costruito in questi anni, in particolare modo nelle periferie e nei territori agricoli più delicati, per riedificare in modo corretto rendendo più vivibile e più appetibile anche economicamente la qualità degli insediamenti. Una terza questione è come ripristinare la fiducia nella pianificazione in quanto attività concreta e partecipata, capace di guidare le trasformazioni necessarie verso obiettivi di qualità anche degli spazi pubblici e di sostenibilità ambientale. Oggi tutto ciò è più praticabile, grazie anche all’uso dell’informatica nelle sue più ampie applicazioni dal telerilevamento alla costruzione di scenari in tempi quasi reali.
Per fare ciò il Decreto legge dovrebbe dare indirizzi più efficaci per il processo di attuazione che verrà messo in pratica dalle Regioni, indicando innanzi tutto su quali aree definite dai Piani regolatori generali è possibile agire con i vari provvedimenti incrementali e procedurali, prevedendo maggiori aiuti per la demolizione e ricostruzione di complessi di aree di periferie soggette a rinnovo urbano, inserendo in queste operazioni capacità di intervento anche relativamente all’edilizia sociale e costruendo pacchetti completi con un sistema incrociato di facilitazioni procedurali, di facilitazioni incrementali di cubatura e premialità fondate sulla qualità edilizia ed urbana ed esplicitamente mirati alla diffusione della sostenibilità ambientale in particolare sotto il profilo delle energie rinnovabili.
La Società Italiana degli Urbanisti vuole sottolineare, con questo contributo, l’importanza della pianificazione per il raggiungimento di obiettivi complessivi capaci di coniugare la ripresa economica e contestualmente il miglioramento della qualità insediativa in un dialogo costruttivo con le Regioni e lo Stato. Per questo la SIU è disponibile a promuovere ricerche ed azioni che possano contribuire al buon esito delle attività richieste alle Regioni e alla cultura disciplinare per dare seguito positivo alle possibilità introdotte con le nuove disposizioni di legge.
17-03-2009

mercoledì, marzo 18, 2009

Let’s go bite America (New York 1)

di Davide Leone
Finalmente ci siamo. Sono arrivato a New York. La Città non mi ha deluso è proprio abbastanza come me l’aspettavo: l’efficienza di Milano con l’etica di Napoli. Qui le persone corrono, le bici non si fermano ai semafori, neanche i pedoni; non sono dei bacchetoni questi Newyorchesi. Appena arrivato comincio subito ad affondare i denti nella mela, nella grande mela ed affronto subito un grande topos: il tassista pazzo. Innanzitutto va detta una grande verità i tassisti a New York non sono tutti pazzi, è pazzo solo quello che prendi tu! Nel tragitto tra l’aeroporto e la città, infatti, superiamo almeno 20 altri tassisti che sono evidentemente meno adoratori del demonio, meno votati al suicidio-omicidio di quello che ha scelto me come cliente. Nel tragitto un paio di flash di luoghi importanti dei quali ho sentito parlare prima dell'America: Flashing Meadows, lo stadio del tennis e lo Shea stadium dove i Beatles fecero il famoso concerto in America nel 1965 prima del tour in cui Lennon dichiarò che i Beatles erano più famosi di Gesù scatenando una tale reazione nel popolo statunitense che mi ha sempre un po’ turbato.
Comunque, nonostante la chiara follia del tassista ed il caotico scorrere del traffico pervengo nell’albergo che l’agenzia di viaggio mi aveva sconsigliato ma che avevo insistito a prendere perché costava poco. In effetti più che un albergo il continental hostel è uno Stambergo. Ma quello che mi colpisce appena entro, non è l’aria dimessa del luogo, ma la presenza di due omoni, uno ispanico l’altro nero con le pistole ed il distintivo. Wow, chi se lo aspettava, anche gli sceriffi in quest’America da mordere. Io pensavo che fosse successo qualcosa che giustificasse la loro presenza, un omicidio, almeno un furto chissà una rissa, invece, con il tempo, ho capito che la presenza delle forze dell’ordine in albergo è normale. È una politica che deriva dalla “tolleranza zero” del sindaco Giuliani. Io però quando vedo i poliziotti, mi preoccupo sempre un po’, perché la necessità della loro presenza è la spia di un problema da reprimere. Insomma non è che io sia incline al crimine ma vedere un poliziotto ha per me quasi lo stesso senso di vedere un malvivente perché l’uno ha necessità dell’altro per esistere. Pensavo che soltanto nel Nicaragua dominato dai signori della droga ci sarebbe bisogno di così tanta polizia.
Io invece ho ben altri problemi con i quali confrontarmi, sono a New York, domani ripartirò per Chicago ed ho fame anche perché i panini gusto improbabilità d’oriente che ho degustato nel viaggio non mi hanno lasciato un buon ricordo di loro.

di Davide Leone

lunedì, marzo 16, 2009

Il Piano della munnezza

di
Davide Leone
Innanzitutto un po’ di domande:
A che servono i pianificatori? È una domanda che mi pongo spesso. Se non servono più a massimizzare l’uso della risorsa suolo per degli obiettivi specifici allora a che servono?
Come viene decisa la distribuzione dei cassonetti in una città?
Come si integra la distribuzione dei punti per la raccolta differenziata con il resto dell’immondizia?
Come viene gestita quella striscia di asfalto che è ai bordi della carreggiata, tra la cupidigia di chi applica le strisce blu, le necessità di una raccolta non troppo stressante e le necessità della circolazione?
Insomma: c’è un piano? C’è una strategia? Ci sono delle aree di influenza? Viene valutata quale sia la localizzazione più economica ed efficiente da gestire? In realtà una specie di piano, anche se un po’ sciatto, c’è ma non interessa a nessuno. È questo il punto.
Allora ancora un po’ di domande: perché ci sono più cassonetti di raccolta indifferenziata rispetto a quelli di raccota separata? Chi fa la raccolta differenziata sa bene che i volumi di umido, vetro, plastica e carta/cartone si equivalgono.
Perché allora ci sono meno cassonetti differenzianti?
Perché tutto viene demandato ad una educazione dei cittadini?
Io pretendo che innanzitutto le istituzioni siano educate. Non tutto può essere risolto a livello personale e locale semplicemente sensibilizzando chi deve separare in tanti sacchettini le cose che deve buttare. Esiste una responsabilità pubblica che non è fatta solo di comunicazione ma di strategie, piani, cassonetti, persone ed intelligenza. La comunicazione, la pubblicità inducono a far credere che i problemi siano affrontati e addirittura risolti senza che ciò avvenga. Ad esempio una bella campagna di sensibilizzazione sulla raccolta differenziata induce a far pensare che la questione della raccolta sia effettivamente risolta senza che un solo cassonetto sia spostato senza che un solo punto per la raccolta differenziata sia attivata. Insomma dal punto di vista dell’efficienza e dell’impatto sull’opinione pubblica la comunicazione batte la realtà, è questo che succede per ora. Siccome la pianificazione ha a che fare con la realtà in questo momento la pianificazione non serve a niente. In verità viene un po’ usata per asseverare qualche operazione sulla città ma comunque non serve più. Che succederà allora?
Questa sì è una bella domanda. Perché le cose reali, i problemi veri sono sempre più allontanati. Quando ci sono state la frana di Agrigento e l’alluvione di Firenze l’opinione pubblica è stata pronta a sostenere una legge che promuovesse la tutela del territorio. Dopo la tragedia di Sarno, l’odissea di Napoli non è stato fatto sostanzialmente nulla. I problemi, le questioni sono affrontate senza piano, sull’onda del momento. È come andare a fare una rapina in banca alla cieca, senza sapere dove mettere l’auto che fa il palo, senza avere pistole, senza passamontagna.
Sono profondamente offeso da un’ultima questione, una questione di lana caprina, un modo comunicativo di chiamare in causa la pianificazione privandola di senso. Un bel po’ di azioni vengono battezzate come piani: l’ultimo è il piano per l’edilizia. Ma di un piano questa azione non ha nulla, è soltanto un nuovo modo per tentare di far pagare al territorio una crisi economica.
Forse sono troppo arrabbiato. Scusate.

giovedì, marzo 12, 2009

Let’s go bite America (Introduzione)

di Davide Leone
Qualche mese dopo il mio ritorno dall’America, o meglio dagli Stati Uniti, ho finalmente il tempo per raccontarvi il mio viaggio. L’America mi è passata davanti, io ho provato a morsicarla. Era succulenta e sguaiata come un hamburger, con l’insalata e la salsa barbecue. Gli appunti che mi sono rimasti sono stati presi il più delle volte mentre mangiavo, nei molti fast food che mi hanno accompagnato, mentre guardavo la città che mi passeggiava davanti esposto in vetrina in uno Starbucks oppure in un KFC. Innanzitutto prima di cominciare questo racconto una piccola confessione.
Io, nei viaggi, mi pongo sempre degli obiettivi, delle sottotrame, delle piccole ossessioni da perseguire.
Queste ossessioni erano: non fare una pessima figura al convegno, dovevo parlare in inglese; provare a mangiare in tutti i fast food, specialmente in quelli che in Italia non sono arrivati, trovare qualche muppet per fare compagnia al mio Kermit, l’ideale sarebbe un Miss Piggie, temo che il ranocchio, separato dalla sua metà, si lasci andare, di notte, a discutibili atti onanistici.
Adesso credo che sia arrivato il momento di Prenderla a morsi quest’America. Buonappettito!
Appena apro il taccuino su cui ho annotato ciò che è accaduto appare una lista dal titolo “verso New York”. Andiamo con la fredda cronaca. Valigia fatta ieri notte; Bagaglio a mano pronto; Sudo a bestia; Parto con la Eurofly per il viaggio più lungo mai fatto da solo. Il giorno è il 3 Luglio. Non so ancora che cosa mi aspetterà dal temutissimo pasto in aereo e neanche cosa mi succederà a New York, arriverò in un aeroporto alieno firmerò cartellini verdi, prometterò di non essere un terrorista, di non essere un comunista di non voler fare del male a quest’America.
In fondo voglio solo prenderla a morsi.

venerdì, marzo 06, 2009

Il ruolo della Curia nel recupero del centro storico

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un testo della prof. Teresa Cannarozzo che racconta e dà un autorevole parere sul destino della "Area Quaroni" sulla via Maqueda a Palermo. L'articolo è stato pubblicato su La Repubblica di Martedì 3 Marzo. Anche Parliamo di città si è occupata dell'argomento con gli articoli: il rapporto con la storia e l'area "Quaroni" e Diciamo no al progetto Quaroni e al "progetto" di Legambiente.


di Teresa Cannarozzo, Architetto e Professore Ordinario di Urbanistica presso la Facoltaà di Architettura di Palermo


Si è appreso dalla stampa che la Curia sarebbe orientata a rompere gli indugi e a costruire nell’area tra via Maqueda, vicolo dei Giovenchi e discesa delle Capre, secondo un progetto che deriva da quello ideato da Ludovico Quaroni nei primi anni ’80, che tra l’altro, sembrò a molti una delle prove più deludenti dell’autore. L’ipotesi della ricostruzione sarebbe un grave errore culturale, urbanistico e architettonico. Proviamo a spiegare perché.
La Curia ha notevoli proprietà nel centro storico ed è uno degli attori forti che può avere un ruolo rilevante nel portare avanti la riqualificazione urbana attraverso il recupero e la valorizzazione del proprio patrimonio.
Non può però comportarsi come una qualunque società immobiliare tendente a massimizzare i profitti senza tenere conto di alcune considerazioni di più ampio respiro.
La prima considerazione è che la città storica nel suo complesso (anche se la proprietà immobiliare è pubblica o privata, concentrata o frazionata) appartiene alla comunità intera dei cittadini che vi leggono la propria storia attraverso le stratificazioni architettoniche dei palazzi delle chiese, dell’edilizia minuta, degli spazi aperti, delle rovine più o meno auliche, dell’archeologia urbana.
Il centro storico racchiude e comunica con la massima espressività l’identità di Palermo che la differenzia e la rende unica nel contesto delle grandi città meridionali. Il tracciato della via Maqueda avviò un processo di arricchimento dell’identità urbana con la rifondazione barocca della forma urbis che prima coincideva con la città medioevale. Ma l’apertura della via Maqueda fu anche una scelta di innovazione e ammodernamento funzionale della struttura urbana.
Intervenire oggi su via Maqueda significa confrontarsi con questi temi di grande spessore storico e culturale, nella dialettica tra conservazione e innovazione, declinata dalla cultura attuale.
Le città però cambiano e si trasformano anche in relazione ad eventi traumatici come i bombardamenti della seconda guerra mondiale che hanno prodotto degli squarci nel tessuto urbano che sono ancora visibili, come nel caso dell’area in questione.
In casi simili e con riferimento alla realtà palermitana, quale dovrebbe essere l’approccio progettuale più corretto in termini urbanistici? Certamente non quello di consentire ai proprietari la ricostruzione sic et simpliciter: non ci sarebbe allora bisogno di studi e piani urbanistici.
Gli studi urbanistici ci dicono che il centro storico di Palermo presenta massicce volumetrie e pochi spazi aperti; i pieni predominano sui vuoti; la densità edilizia in alcuni casi supera i 9 metri cubi per metro quadro. Questa condizione, comune ad altri grandi centri storici, ha origine dai processi di crescita della città entro le mura e dal continuo trasferimento di abitanti dalle campagne, alla ricerca della sicurezza e delle opportunità derivanti dalla condizione urbana. Questo meccanismo ha fatto si che si costruisse dappertutto, che il patrimonio edilizio crescesse e in altezza e in superficie, a volte sacrificando perfino piazze, cortili e reti viarie.
Inoltre esiste una grande quantità di patrimonio edilizio monumentale storico di proprietà della chiesa, di privati, di enti e istituzioni, sottoutilizzato o abbandonato, che per rivivere ha bisogno di ospitare nuove funzioni e nuove attività. Di contro, il centro storico ha pochissimi giardini pubblici, ha poche piazze (per lo più trasformate malamente in parcheggi) non ha spazi aperti attrezzati per il tempo libero di bambini, giovani, anziani, comunità straniere; non ha veri parcheggi come accade in tutte le città europee. La sistemazione a verde del grande spazio dietro le absidi della Magione e quella del Foro Italico hanno fornito alcune risposte in questa direzione.
Quindi in termini urbanistici, per migliorare la qualità urbana, è opportuno implementare la realizzazione e la sistemazione degli spazi aperti.
Con riferimento all’area di via Maqueda, credo che la Curia dovrebbe prima di tutto spiegare alla cittadinanza perché furono demolite improvvisamente le preesistenze architettoniche, di cui chi ha la mia età si ricorda perfettamente, come la chiesa di S. Giovanni dei Gerosolimitani con un ricco portale decorato (verso vicolo dei Giovenchi) e il bel portale del cinema Maqueda (di Basile) arricchito da motivi decorativi dell’epoca. Dove sono questi reperti?
Inoltre lungo vicolo dei Giovenchi e discesa delle Capre la parte basamentale dell’edificato è perfettamente leggibile e si presenta con una serie di imponenti fornici in pietra da taglio, che costituiscono i resti di un edificio palaziale a corte interna, leggibile nelle planimetrie catastali del 1877 e del 1930. Infine, in adiacenza con l’edificio commerciale che da su via S. Agostino, si vede ancora una parte del paramento murario riferibile alla chiesa di Santa Croce.
Si auspica che la Soprintendenza abbia redatto un censimento e un inventario delle preesistenze demolite (e asportate?) e delle preesistenze in loco da tutelare.
Per altri versi lo squarcio mette in campo una nuova spazialità, dinamizza il paesaggio urbano, da aria agli isolati retrostanti, impostati a una quota molto più bassa di quella di via Maqueda, tra cui emerge la mole fastosa di palazzo De Maria. In termini architettonici non si condivide il principio della ricostruzione perché la città è un sistema in evoluzione e non è detto che se prima c’era un volume, l’unico approccio progettuale corretto sia ricostruire un volume.
Il vuoto creato accidentalmente, pretende un nuovo approccio progettuale che dialoghi con la nuova spazialità, che valorizzi le preesistenze, anche ricollocando i reperti architettonici (se conservati), che appartengono alla memoria collettiva prima che alla Curia, che sfrutti sapientemente i salti di quota.
L’idea migliore, ad avviso di chi scrive, sarebbe quella di indire un concorso di idee, finalizzato a realizzare una piazza-giardino, con piani di calpestio articolati e degradanti, e dopo avere valutato la consistenza e il valore dei locali a quota più bassa (cripte delle chiese preesistenti) prevedere eventualmente la realizzazione di un parcheggio sotterraneo, facilmente accessibile da piazza S. Onofrio.
Si suggerisce alla Curia, che ha lo spessore e i requisiti adatti, di predisporre un programma organico di utilizzazione e valorizzazione del proprio patrimonio immobiliare, anche avvalendosi della collaborazione dell’Università, che non farà mancare il proprio contributo.

Palermo 28 febbraio 2009

Teresa Cannarozzo

giovedì, marzo 05, 2009

Una Fiaba Urbana

di Davide Leone

C’era una volta in una Campania lontana lontana un campo.
In questo campo non crescevano fiori ma persone, proprio come tante carote. Il campo era guardato da alti palazzi nei quali crescevano altri bambini. Era però necessario pagare il campo. Uno strano ipoeroe Camorrik si prese l’onere di far pagare a chi aveva deciso di far crescere i propri bambini sul campo. Passarono gli anni le persone del campo pagavano 50€ al mese a Camorrik perché lui garantiva l’ordine. Tutti prosperavano, Camorrik era contento e si sentiva rispettato, il nostro eroe teneva molto a questo fatto del rispetto. Purtroppo però le belle storie non vale la pena di raccontarle, mentre questa sì, quindi, come avrete capito, la situazione non durò così a lungo. Camorrik, un bel giorno, guardò il campo e capì che avrebbe guadagnato di più costruendo sul campo un bello e grande centro commerciale, con tutti quei palazzi lì attorno avrebbe fatto un sacco di denari. Cominciò a spiegare a tutti che era un’indecenza far stare delle persone in un campo in mezzo al fango, alla sporcizia ed al degrado. I palazzi attorno al campo capirono l’indecenza che erano quelle persone su quel terreno ma ancora non bastava a cacciarle. Allora Camorrik ebbe un’idea eccezionale disse a tutti che gli abitanti del campo avevano provato a rubare la sua innocente figliola per piantare anch’essa nel campo. Questo fece indignare moltissimo i palazzi che distrussero il campo così, finalmente Camorrik poté finalmente costruire il suo bel centro commerciale per dare finalmente il giusto sviluppo al territorio. Nessuno sa che fine fecero quelle persone che vivevano nel campo ed in fondo a nessuno importava perché quelle persone vivevano nel fango. Ma adesso, finalmente, i palazzi potranno andare a dare un sacco di soldi a Camorrik che sarà rispettato e contento.
Peraltro più Camorrik è rispettato e contento più il territorio ne trova giovamento.
La storia appena narrata è liberamente ispirata dall’articolo: Una sentenza già scritta
Napoli. La giovane rom condannata per il tentato rapimento di una bambina a Ponticelli potrebbe essere innocente. L'inchiesta del corrispondente dall'Italia del quotidiano spagnolo El País articolo apparso su Internazionale n. 781

mercoledì, marzo 04, 2009

Abbiamo partecipato alla Giornata nazionale delle Ferrovie dimenticate!

di Giuseppe Lo Bocchiaro (testo) e Giusto Lo Bocchiaro (fotografie)
Quattro panini.
La nostra escursione inizia così.
Io e mio fratello arriviamo all’antica stazione di Ficuzza assieme al pullman del Coordinamento Palermo Ciclabile con in mano quattro panini, due mountain bike “d’annata”, due caschi (di cui uno in realtà troppo stretto per essere indossato per tutta la durata del viaggio), giubbotti e sciarpe varie. Non abbiamo mai fatto molta attenzione all’equipaggiamento da adottare in questo genere di passeggiate e, davanti ai giubottini traspiranti, agli zainetti con borracce incorporate, ai cambio shimano da 1000 e passa euro, alle meccaniche di biciclette splendide e lussuosissime ci sentiamo leggermente inadatti all’impresa.

Fortunatamente la sensazione di inadeguatezza dura giusto il tempo di capire che la bici aiuta ad abbattere tutte le barriere della timidezza e della riservatezza per cui dopo pochi minuti discorriamo allegramente con un gruppetto di partecipanti che non avevamo mai conosciuto prima.
Alla passeggiata partecipano appassionati di ogni età con ogni mezzo possibile. Ci sono bambini di sette o otto anni con bici splendide e nuovissime e anziani con trabiccoli difficilmente identificabili con l’idea stessa di mountain bike.
L’antica stazione diventa di colpo il luogo eletto, il romitorio, il santuario, in cui pellegrini metropolitani, abbandonando i colpevoli simboli del materialismo economico occidentale, si elevano ad un livello più alto di consapevolezza e sapienza e si avviano leggeri nello spirito sulle loro biciclette.
Si parte.

Ci avviamo sulla provinciale per Corleone, in quanto la pista ciclabile Ficuzza-Corleone in realtà la incontreremo solo circa cinque chilometri più avanti. Nel frattempo il paesaggio comincia ad aprirsi davanti a noi che incontriamo le indicazioni per il santuario della Madonna di Tagliavia, meta ogni anno di centinaia di fedeli. Un casello abbandonato e cadente, messo di sbieco rispetto alla provinciale ci annuncia l’inizio del percorso in terra battuta. Abbandoniamo così la strada asfaltata e ci incamminiamo per un percorso di pre-pista ciclabile ombreggiato.
La pista scorre via leggera mentre davanti a noi un paesaggio di colline tonde e verdi ci emoziona per la sua tranquillità. Ecco, finalmente apprezziamo i primi vantaggi della nostra scelta spirituale e ascetica. È sparito il rumore incessante della città, il fracasso spaventoso dell’altra vita, quella in cui siamo condannati a ripetere ogni giorno gli stessi meccanici gesti. Andiamo verso il fondovalle spostandoci secondo l’ampissimo arco di quella che mio padre, ancora bambino, ha potuto ammirare come la grande strada ferrata che da Palermo, dalla stazione San Carlo, arrivava fino al cuore della Sicilia.

Due “totem” naturali fatti di roccia viva e squadrata, posti a destra e a sinistra della provinciale, segnano il luogo in cui abbandoniamo del tutto il nastro asfaltato al suo destino e ci avviamo in diagonale verso quello che ci porteremo nel cuore fino alla fine del percorso. Dopo pochi minuti infatti cominciamo a intravedere un ponte ferroviario addossato per un’estremità ad uno sperone roccioso trapezoidale. Al nostro arrivo ecco la meraviglia: siamo arrivati presso il “gorgo del drago” una gola tagliata verticalmente in cui scorre un torrente luminoso e “musicale”, tra cascatelle, vasche naturali e rampe inclinate.
Ci fermiamo a riempirci gli occhi e a guardare indietro verso la strada già percorsa. Rocca Busambra ci guarda dall’alto, mostrandoci il suo lato meno innevato. Da qui alla stazione di Corleone, restaurata e utilizzata per scopi sociali è un viaggio fatto di parole, commenti ironici e spensierati tanto che l’unica salita dell’intero percorso, immediatamente alle spalle di Corleone l’abbiamo percorsa quasi senza fatica.

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